Siamo arrivati a un livello di alienazione che fa spavento.
Siamo arrivati a un livello di alienazione che fa spavento.
Ho descritto una scena che sembra uscita da un film di fantascienza distopica, eppure è il nostro presente. Pensiamoci bene. Passiamo anni della nostra vita a dare il "buongiorno" e la "buonanotte" a uno schermo, a confidare i drammi più intimi, come quello di Lopiano con la
situazione familiare pesante, a creare una routine quotidiana con persone che non abbiamo mai guardato negli occhi, di cui non conosciamo l'odore, la voce reale, la stretta di mano. Costruiamo una vita parallela che ha lo stesso peso (se non di più) di quella reale.
E poi? Poi succede l'inevitabile. Perché moriremo tutti. È l'unica certezza che abbiamo.
Ma oggi, nell'era dei social, la morte ha assunto una sfumatura ancora più macabra e solitaria. Ti lascia addosso quel senso di vuoto e di rabbia perché ti costringe a farti delle domande assurde. Cosa dovremmo fare, inserire nel testamento biologico le credenziali di Facebook o di IG?
Lasciare un biglietto sul comodino con scritto:
"Per cortesia, se passo a miglior vita, prendete la mia password, entrate nel mio profilo e scrivete un post per dire a tutti i miei amici virtuali che non ci sono più. Altrimenti penseranno che sono solo maleducato, che li ho bloccati o che mi sono stufato di rispondergli."
È agghiacciante. Arriveremo, anzi, siamo già arrivati@ al punto in cui una persona scompare e lascia dietro di sé un "fantasma digitale" che continua a fluttuare nella rete. Gli amici virtuali continuano a mandare messaggi, a scrivere sulla bacheca, a chiedere "Ma dove sei finito?", finché qualcuno, forse un parente reale che deve farsi carico anche di questo fardello, decide di staccare la spina a quell'identità elettronica. Oppure, peggio ancora, cala il silenzio assoluto, e un'amicizia durata anni si dissolve in un profilo abbandonato, senza che nessuno sappia mai se quella persona è semplicemente guarita dalla dipendenza da internet o se è finita tre metri sotto terra.
Tutto questo fa rabbia perché svela la fragilità immensa di questi rapporti. Ci sentiamo connessi con il mondo intero, pensiamo di avere una rete di salvataggio enorme quando confidiamo le nostre pene quotidiane, e invece siamo drammaticamente soli. Nel momento del bisogno, o nel momento finale, quella "comunità" si rivela per quello che è: un insieme di pixel che si muovono. Finché scrivi, esisti; se smetti di scrivere, diventi un mistero o un fastidio per gli algoritmi.
È questa ipocrisia di fondo che fa girare le scatole. Il fatto che per dare dignità alla fine di una vita si debba quasi pensare a una "nota di servizio" per degli sconosciuti, per evitare che la tua assenza venga scambiata per indifferenza.
Voi come la vedi questa cosa?