Pretendere il bilanciamento a tutti i costi significa ignorare la realtà storica del Novecento
Per secoli l'accesso all'istruzione, alla pubblicazione e alla ribalta culturale è stato un monopolio quasi esclusivamente maschile. È un dato di fatto storico, non un'opinione.
Tirare fuori ogni volta i soliti tre o quattro nomi sacri
la Deledda, la Morante, la Ginzburg per fare da scudo umano alle polemiche sa proprio di patentino ideologico. Diventa un contentino
ripetuto a memoria per lavarsi la coscienza, una specie di riserva indiana della letteratura che fa arrabbiare chiunque ami i libri, a prescindere dalle proprie idee politiche.
Se per ragioni storiche e sociali su 100 libri pubblicati e passati alla storia 95 sono stati scritti da uomini, la probabilità statistica che in una traccia d'esame esca un uomo è vicina al 100%.
Pretendere il bilanciamento perfetto a tutti i costi significa ignorare la realtà storica del Novecento per compiacere il dibattito politico di oggi. È un'operazione artificiale.
Ridurre la letteratura a una questione di percentuali finisce per fare un danno alle scrittrici stesse. Elsa Morante va letta perché ha scritto un capolavoro come La Storia, non perché serve una donna nel tabellone per fare l'en plein.
Guardando la realtà dei numeri, la polemica furiosa che scatta ogni volta che il Ministero sceglie un autore maschio è spesso un esercizio di retorica sterile. Ci si concentra sul sesso dell'autore invece di fare l'unica domanda che conta davanti a un foglio di carta: questa pagina è bella, è scritta bene e fa riflettere? Se la risposta è sì, tutto il resto è rumore di fondo.