MUSICA

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Parliamo dei nostri gusti musicali

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Primogenito: “Il cantautorato impegnato mi devasta la testa”

Primogenito: “Il cantautorato impegnato mi devasta la testa”
Ha 22 anni e un talento che sembra innato: chi è la next big thing della musica italiana.



Di Mattia Marzi
La forza di Primogenito la comprendi mentre cerchi riferimenti da citare in un cappello introduttivo a una sua intervista: non ce ne sono. Gabriele Tosti, questo il vero nome del cantautore romano, classe 2004, non somiglia a nessuno, non richiama nessuno. Non scimmiotta nessuno. Qualcuno l’avrà visto sul palco del Concerto del Primo Maggio a Roma: shorts arancioni, fazzoletto stretto al collo come una firma più che un accessorio, giacca militare addosso come se fosse l’uniforme di un esercito immaginario. Ha cantato “Scusa Caterina”, singolo uscito un anno fa, e in mezzo a quel testo che sembra uscito da un cantautorato anni ’70 («Scusa, Caterina se ho camminato sul bagnato / se ho lasciato troppe orme / sul parquet del tuo passato») c’era qualcosa che non era nostalgia: era un altro codice. Come se il De Gregori di “Rimmel” avesse improvvisamente aperto una chat con la periferia romana del 2026 (Primogenito è di Centocelle). Questo weekend si è ripresentato al MiAmi di Milano, dove ha lanciato “Ciao vicini, mi trasferisco da voi”. Nel mezzo, è uscito l’Ep “Affogare in acque amiche”, titolo che già da solo suona come una contraddizione sentimentale: «Avevo due progetti diversi. Uno doveva intitolarsi “Memorie di un disadattato”, l’altro “Mai così tardi cambiasti stagione”. Alla fine ho fatto un minimo comune multiplo. In queste sei canzoni parlo di situazioni che fanno parte della tua quotidianità così tanto che alla fine cominciano a starti strette».



Primogenito non scrive canzoni: apre crepe nella normalità. La musica, racconta, è arrivata tardi e in modo quasi sospetto. Tre anni fa non c’era. Prima, semplicemente, non era un mondo che abitava davvero. Poi sono arrivati i cantautori italiani, e solo dopo la tradizione anglosassone, come se dovesse recuperare una lingua mai studiata a scuola: «Io pensavo di fare rap. A scuola facevo freestyle. Ero più spigliato di altri. Ma in realtà non ero un grande ascoltatore di rap. Ascoltavo tutto ciò che avesse una sfumatura pop. Ho capito che quello che facevo, però, era più vicino al cantautorato pop che al rap. Ho avuto anche la mia Bob Dylan era in cui andavo in giro con l’armonica a bocca e il jeansetto a zampa. Ma è durata poco». Basta una frase del genere per capire il tipo: uno che attraversa le maschere senza mai farci il nido. «Il cantautorato impegnato mi devasta la testa. La noia non è ciò che prediligo», spiega.

Nel passato, prima ancora del rap, c’è stato il calcio: «Giocavo come terzino sinistro di spinta. Invece con la musica il contrario del pallone. Mi sento più fantasista, libero di andare a toccare con disimpegno determinate cose. Mi diverto, che è quello che non facevo quando giocavo a pallone. Quella era diventata una frustrazione. Ho fatto un anno in serie C. In D con la Nuova Florida». Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, cantava lo stesso De Gregori. Le influenze non sono mai dichiarazioni d’appartenenza, ma incontri casuali diventati decisive ossessioni. Il Principe come orizzonte inevitabile, ma anche Ivan Graziani scoperto grazie a Lucio Corsi: «Il primo cantautore moderno a cui mi sono ispirato. Lo andai a vedere ad Arsita, biglietto da 5 euro, ci fumammo pure una sigaretta insieme. Mi sono detto: voglio farlo anch’io». I suoi brani li scrive «in bagno, nascono grezzi». È un dettaglio che lo definisce meglio di qualsiasi dichiarazione artistica: Primogenito registra urgenze. E infatti il suo posto nel pop italiano lo immagina senza diplomazia: «Vorrei essere trasversale, arrivare in maniera diretta a più persone possibili. Un cantautorato nazionalpopolare, ma anche con un occhio alla musica alternativa».



L’EP di debutto affronta diverse tematiche care a Primogenito: dai riferimenti alla casa e alla famiglia, passando per l’analisi di certe situazioni relazionali fino alla ricerca di un’identità e del proprio ruolo nel mondo. È una sorta di Bildungsroman, un racconto di formazione. Il sound è tipicamente cantautorale con una venatura pop/rock alternative proveniente dagli anni ’70. Ma non suona datato. Tutt’altro. Sulla musica italiana di oggi taglia corto: «Non è che mi fa cagare tutto. È che non mi emoziona più nessun disco. Mi sembrano tutte playlist». A differenza di tanti ragazzi della sua generazione che nascono come fenomeni da cameretta e che spesso, una volta fuori, sembrano non avere del tutto le qualità per reggere il confronto con lo spazio scenico, lui sembra costruito al contrario: un animale da palcoscenico. Dopo l’esibizione al Concertone e quella al MiAmi ha annunciato un primo importante appuntamento, l’8 ottobre al Monk di Roma, la sua città: tenetelo d’occhio.