La Grande Guerra di Monicelli (1959), con Gassman e Sordi
Quella di La Grande Guerra di Monicelli (1959), con Gassman e Sordi fucilati dagli austriaci perché si rifiutano di tradire la posizione del ponte di barche. Due "furbetti", due imboscati, due antieroi che alla fine scelgono di morire da italiani: uno spavaldo, l'altro fingendo vigliaccheria fino all'ultimo. Un capolavoro che mescola comedia all'italiana e dramma senza retorica, ma con una dignità fortissima. La Storia (con la maiuscola) va avanti, la battaglia di Vittorio Veneto si vince lo stesso, ma loro restano anonimi. Oggi ricordare certi valori : patria, coesione nazionale, il fatto che in certi momenti gli italiani hanno saputo stringere i denti e non tradire viene spesso liquidato come roba da "sovranisti". Come se l'attaccamento alla propria nazione, alla sua storia (anche quella dolorosa della Grande Guerra), fosse un vezzo politico di destra invece che un sentimento normale. In realtà è il contrario. Monicelli non era certo un nazionalista reazionario, eppure il film trasuda un amore amaro per gli italiani, con tutti i loro difetti. Gassman e Sordi muoiono urlando insulti al nemico e affermando la loro identità. Non è propaganda: è umanità. Chi se lo ricorda non è "sovranista". È solo uno che non ha ancora del tutto accettato l'idea che la nazione sia un concetto superato o imbarazzante. Il film ha 65 anni e ancora commuove. Evidentemente qualcosa di vero c'è ancora