Il 24 maggio è stato per decenni una data impressa a fuoco nell'identità nazionale italiana
Il 24 maggio è stato per decenni una data impressa a fuoco nell'identità nazionale italiana, ma oggi, tra i banchi di scuola e nel discorso pubblico, quel ricordo si è progressivamente sbiadito fino, quasi, a scomparire.
Ci sono diversi motivi: storici, generazionali e didattici, per cui siamo arrivati a questo punto.
Il cambio di sensibilità storica
Il 24 maggio 1915 segna l'ingresso dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale. Per oltre cinquant'anni, questa data è stata celebrata attraverso una retorica patriottica ed eroica (pensiamo alla celeberrima Canzone del Piave, che inizia proprio con "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il ventiquattro maggio...").
Nel secondo dopoguerra, e ancora di più dagli anni '70 in poi, la sensibilità culturale è cambiata:
si è preferito abbandonare il "mito della guerra" e del nazionalismo monumentale.
L'attenzione si è spostata sul colossale e inutile massacro che la Grande Guerra è stata per il popolo fatto di contadini mandati a morire al fronte.
Nel fare questo passaggio, però, si è spesso commesso l'errore opposto: anziché storicizzare l'evento e spiegarne l'impatto profondo sulla nostra storia, si è preferito dimenticarlo, lasciando cadere il 24 maggio nel vuoto.
Il "muro" dei programmi scolastici (e il problema dei docenti)
Quanto ai docenti spesso non si tratta di ignoranza, bensì di un sistema scolastico inceppato
Nei licei e negli istituti tecnici, il programma di storia dell'ultimo anno è mastodontico. Spesso i docenti si trovano a correre per arrivare alla Seconda Guerra Mondiale e alla nascita della Repubblica, finendo per liquidare la Prima Guerra Mondiale in fretta e furia all'inizio dell'anno scolastico, ben lontano dal mese di maggio.
I docenti più giovani sono nati negli anni '80 o '90. Non hanno avuto nonni che hanno vissuto quel conflitto, ma al massimo bisnonni. Il legame affettivo e il racconto orale diretto in famiglia si sono spenti. Se la storia non si vive anche attraverso la memoria familiare, diventa solo una pagina di un libro di testo da memorizzare per il compito in classe.
Oggi il calendario civile italiano concentra la memoria storica della scorsa metà del Novecento su tre date principali:
Il 27 gennaio (Giorno della Memoria)
Il 25 aprile (Festa della Liberazione)
Il 2 giugno (Festa della Repubblica)
Il 24 maggio (così come il 4 novembre, festa delle Forze Armate e fine della guerra) non essendo più giorni festivi a tutti gli effetti, passano sotto silenzio. Per le nuove generazioni, la storia d'Italia sembra iniziare quasi dal 1943-1945, dimenticando che il trauma della Grande Guerra è stato il terreno fertile su cui è nato il fascismo e tutto ciò che ne è conseguito.
Quando svanisce il racconto orale, la storia perde la sua carne e il suo sangue, diventando solo un elenco di date fredde.
La mia generazione ha ancora il compito prezioso di ricordare che dietro quel "24 maggio" c'erano i volti, i sacrifici e le storie di milioni di ragazzi.