Nel buio caldo del Théâtre Mogador di Parigi, nel 1985, Sting sale sul palco e decide di spogliarsi di tutto il glamour da popstar nascente per tuffarsi in un blues vecchio di trent’anni. “Down So Long” non è solo una cover: è una dichiarazione d’amore e di rispetto verso le radici, un pezzo che J.B. Lenoir scrisse nel 1957 e che qui suona come se fosse stato scritto ieri sera tra un bicchiere e l’altro.La band è pazzesca. Branford Marsalis al sax tenore si muove come un serpente elegante, Kenny Kirkland dipinge atmosfere con le tastiere, e il groove è così rilassato eppure così profondo che ti sembra di stare seduto su uno sgabello di un juke joint del Delta invece che in un teatro francese. Sting non forza la voce: la lascia scivolare, graffiare appena, quasi con noncuranza, come chi sa che il blues non si canta per impressionare, ma per confessare.C’è qualcosa di ipnotico in questa versione. Il basso pulsante, la batteria che accarezza invece di spingere, quel sax che ogni tanto entra come un commento ironico alle parole del cantante. «I’ve been down so long, being down don’t bother me…» – lo dice con un mezzo sorriso, e ci credi. È il fatalismo del blues fatto con classe europea, senza mai diventare parodia.È uno dei momenti più belli e sottovalutati del primo Sting solista: quello ancora sporco di Police ma già innamorato del jazz e delle musiche nere. Non è il pezzo più famoso, non ha i cori da stadio, eppure ti resta addosso più di tanti suoi successi. Perché qui non sta vendendo nulla. Sta solo suonando il blues come lo sente lui.E lo sente dannatamente bene.