Ho visto un fiilm: "TIGER" di Anshul Chauhan
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Paolo Driussi
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19:00 (38 minuti fa)
a Alessandro, Giovanna, Ccn: me
Uscire dalla sala dopo aver visto TIGER ti lascia addosso una strana inquietudine, quel tipo di peso opprimente che solo il cinema di Anshul Chauhan sa generare. Non è un film che cerca di piacerti o di coccolarti; è un’opera ruvida, quasi sporca nella sua onestà, che ti trascina nella vita di Taiga senza chiederti il permesso. Mi ha colpito tantissimo questo contrasto violento tra la sua esistenza a Tokyo, fatta di sesso a pagamento, luci al neon e una libertà che però sa di stanchezza e sopravvivenza, e il silenzio tombale della sua casa d’infanzia. È come se il film vivesse di due respiri diversi: uno affannato e urbano, l'altro soffocato e rurale.
C’è qualcosa di profondamente doloroso nel vedere come Taiga cerchi di essere all'altezza del suo soprannome nella metropoli, per poi ridursi a un’ombra non appena varca la soglia della casa del padre. La regia non ti risparmia nulla: senti tutto il peso di quel non-detto tipicamente giapponese, quella pressione sociale invisibile ma d'acciaio che ti spinge a soffocare chi sei pur di non incrinare la facciata familiare o deludere le aspettative di un padre ormai fragile. Più il film prosegue, più capisci che il vero conflitto non è solo con l'esterno, ma con quell'interiorità frammentata che Taiga cerca disperatamente di ricomporre.
La parte che mi ha scosso di più è stata l’idea del matrimonio di facciata; quel tentativo quasi estremo di negoziare la propria identità, cercando un compromesso impossibile pur di abitare in una società che, fondamentalmente, preferisce non vederti per ciò che sei davvero. Non è il solito dramma LGBTQ+ patinato con un messaggio di speranza confezionato per il pubblico; è un film che parla di radici che si trasformano in catene e della fatica disumana che serve anche solo per provare a reciderle.
La performance dell'attore che interpreta Taiga è pazzesca, di una sensibilità rara: riusciva a trasmettere tutto il suo isolamento anche solo con un cambio di postura, passando dalla spavalderia della vita notturna alla fragilità di un figlio che si sente costantemente fuori posto. Mentre scorrevano i titoli di coda, mi sono ritrovato a pensare a quanto sia universale, pur nella sua specificità giapponese, quella domanda che il film ti sbatte in faccia: quanto di noi stessi siamo disposti a sacrificare per non distruggere l'immagine che gli altri hanno di noi? È un’opera necessaria e coraggiosa, che conferma ancora una volta come il FEFF riesca a portare a Udine storie che non hanno paura di mostrare le crepe più profonde dell'animo umano.