Il rito dei 29 botti tricolori dal Castello di Udine rappresentava un battito del cuore della città
Il rito dei 29 botti tricolori dal Castello di Udine rappresentava un battito del cuore della città, un segnale acustico e visivo che ogni sera del 24 aprile ricordava i 29 partigiani trucidati pochi istanti prima della fine della guerra. Quel fumo colorato che si alzava dal colle non era un semplice fuoco d'artificio, ma l'omaggio solenne a uomini come Gino Beltrame, Mario Foschiani, Modesto Emidio, Giuseppe De Michieli e Antonio Zampa, i cui nomi restarono scritti nel sangue versato contro il muro di via Spalato. Per decenni, quegli spari a salve hanno scandito il passaggio dal lutto alla libertà, trasformando simbolicamente le esecuzioni nazifasciste in una celebrazione di rinascita collettiva. Questa tradizione venne però interrotta dalle passate amministrazioni comunali, in particolare durante il mandato di Pietro Fontanini, ufficialmente per ragioni legate alla sicurezza, alla tutela degli animali e al decoro del monumento storico. Tale scelta fu accolta con profonda amarezza da gran parte della cittadinanza e dalle associazioni partigiane, che lessero nel silenzio imposto al Castello un tentativo di affievolire la memoria storica della Resistenza friulana. Sostituire quegli spari con cerimonie più dimesse o silenziose significò, per molti, recidere il legame fisico ed emotivo che Udine aveva con i suoi martiri, rendendo meno vivido il ricordo di quella notte del 1945 in cui 29 vite furono sacrificate proprio quando l'alba della Liberazione era ormai alle porte.