C’è una delicatezza quasi dolorosa in “Noi due nel tempo”
C’è una delicatezza quasi dolorosa in “Noi due nel tempo”. Non è la solita canzone d’amore che si appoggia sul sentimentalismo facile; è piuttosto un piccolo trattato sul transito, sulla brevità delle cose che contano davvero. Giovanna Nocetti canta con quella voce che sa essere insieme calda e distante, come chi osserva da una finestra mentre fuori piove su un ricordo. Il testo, firmato da lei e da Vincenzo Ricca, non urla, non dichiara eternità. Fa di meglio: ammette fin dal principio che “noi due” siamo già dentro il tempo, quindi già in partenza, già in dissolvenza. "Come due foglie sulla stessa corrente" l’immagine è semplice, eppure perfetta. Non c’è possesso, non c’è conquista. Solo due traiettorie che si sfiorano, si riconoscono per un istante e poi continuano a scendere verso la foce. È la stessa consapevolezza che attraversa certa grande canzone italiana degli anni Settanta-Ottanta: quella di chi sa che l’amore più vero è spesso quello che accetta di finire senza fare drammi. La melodia ha un respiro piano, quasi da camera. Niente grandi archi strappalacrime, niente ritmi che spingono. C’è invece un’armonia discreta che lascia spazio alla voce e alle parole, come se la canzone stessa sapesse di essere soltanto un breve ponte tra due silenzi. E in quel ponte Giovanna ci cammina con una signorilità antica, senza mai cadere nella tentazione di “fare la cantante”: resta interprete, testimone, quasi cronista di un’emozione che sa già destinata all’archivio della memoria. C’è un verso in particolare che resta sospeso: quel modo di dire che l’eternità era solo una cosa da giovani. È una pugnalata leggera, di quelle che non si vedono arrivare. Perché tutti noi, da giovani, abbiamo creduto che certi momenti potessero durare per sempre. Poi il tempo, quel signore educato ma implacabile, ci ha insegnato la differenza tra “per sempre” e “abbastanza”. Non è una canzone triste, però. È lucida. E proprio nella sua lucidità sta la sua bellezza più profonda. Ci ricorda che certe storie non hanno bisogno di un lieto fine per essere importanti: basta che siano state vere per il tempo che sono durate. Alla fine, quando la voce di Giovanna si spegne piano, resta nell’aria quella sensazione rara: di aver ascoltato non tanto una canzone, ma un pensiero ben formulato sull’amore adulto. Quello che non chiede più miracoli, ma sa ancora stupirsi di averne vissuto uno piccolo, fragile, irripetibile.Un brano maturo, elegante, che onora la tradizione della migliore canzone italiana d’autore senza suonare mai démodé.