Da ragazzi, l'amicizia è spesso l'asse portante della vita
Da ragazzi, l'amicizia è spesso l'asse portante della vita. Non ci sono interessi economici, dinamiche di potere o responsabilità familiari soffocanti. Il confronto è massimo, perché si sta costruendo la propria identità e l'amico funge da specchio. È un legame basato sul tempo condiviso e sulla scoperta del mondo.
Il lavoro introduce una variabile che altera i rapporti: la competizione o, quantomeno, la finalità comune del profitto o della carriera.
Passando otto ore al giorno con i colleghi, è naturale sviluppare una confidenza che sembra amicizia.
Spesso quel legame è retto solo dal contesto. Se uno dei due cambia ufficio, frequentemente il rapporto svapora, rivelando la sua natura di semplice "buon vicinato professionale".
Andando avanti con gli anni, la struttura della nostra socialità cambia. Tuttavia, c'è chi sostiene che l'amicizia non sparisca, ma si trasformi:
Se da giovani si hanno "cento amici", da adulti se ne tengono due o tre, ma spesso sono quelli che hanno superato la prova del tempo e dei cambiamenti di vita.
Con la maturità, l'amico diventa il custode della tua storia. È l'unico con cui non devi spiegare chi sei, perché lui c'era già. Forse il vero rischio dell'età adulta non è tanto la mancanza di amici, quanto la difficoltà a investire emotivamente in volti nuovi, sapendo quanto sia raro trovare quella sintonia totale che si aveva a quindici anni.
Questa "colleganza" che spesso scambiamo per amicizia è un'illusione necessaria per rendere più piacevole la giornata. Il più delle volte un rischio che porta solo a delusioni quando il contesto cambia.