
Paolo Limiti.
L’8 maggio sarebbe stato il suo compleanno. E oggi, più che mai, sentiamo un vuoto che nessuna televisione moderna sembra capace di colmare. È commovente vedere come la memoria di un grande come Paolo Limiti riesca ancora a unire generazioni diverse intorno a un’idea semplice ma potentissima: la televisione può, e deve, essere narrazione della bellezza, anche quando parla di quella “cultura minore” che è la canzonetta italiana. Paolo Mario Limiti, nato a Milano l’8 maggio 1940 da padre procuratore alla Pirelli e madre siciliana, è stato molto più di un conduttore: paroliere raffinato, autore, produttore e autentico archivista vivente della memoria dello spettacolo italiano. Ha scritto testi indimenticabili per Mina e ripresi dalla sttessa ("La voce del silenzio", "Bugiardo e incosciente", "Sacumdì Sacumdà", "Lo faresti", "L’ultimo gesto di un clown" "Una mezza dozzina di rose" "Ballata d’autunno" Un’ombra" "Il mio nemico è ieri" e tanti altri), per Ornella Vanoni, Giovanna Nocetti, Iva Zanicchi, Peppino Di Capri e molti ancora. Ma è in televisione che ha lasciato il segno più personale e indelebile. Negli anni ’90 e Duemila, con programmi come "Ci vediamo in TV", "Alle due" su Raiuno, "E l’Italia racconta", "Viva Mina!"e tanti altri, Paolo costruiva ogni giorno una trasmissione artigianale, fatta a mano con cura maniacale. Scriveva i testi, sceglieva la scaletta, curava gli ospiti, intrecciava storie di attrici degli anni ’50, parolieri degli anni ’40, cantanti dimenticati e grandi interpreti. Non c’era improvvisazione: c’era studio, passione, dedizione assoluta. Paolo era uno stakanovista del piccolo schermo. In diretta dal lunedì al venerdì, finita la puntata faceva un briefing rapido con i collaboratori e correva a casa a preparare la successiva. Per cinque anni di fila, senza sosta. Niente schiere di autori per partorire il nulla: solo competenza, garbo e rispetto profondo per il pubblico. Era il suo modo di trasmettere non solo tecnica, ma amore per la tradizione. Un gentiluomo colto, appassionato, che trattava la “canzonetta” con la stessa dignità di un’opera lirica.E qui viene il confronto doloroso con l’oggi, ma anche con altri giganti del passato. Siamo passati dalla narrazione della bellezza, applicata anche alla cultura popolare, alla spettacolarizzazione dell’azzardo e dell’emozione facile. Programmi come "Affari tuoi" (format internazionale che funziona uguale a Madrid come a Roma) incarnano questo cambio di paradigma: si compra un pacchetto pronto, si applica un regolamento deciso a tavolino, e il conduttore diventa spesso un semplice esecutore. Si è cancellato l’artigianato televisivo italiano. Paolo Limiti scriveva i suoi programmi; Mike Bongiorno (con cui Limiti collaborò come autore a Rischiatutto) portava intelligenza e gioco pulito; Pippo Baudo sapeva orchestrare varietà con eleganza e profondità; Enzo Tortora e Corrado Mantoni regalavano garbo e umanità. Oggi si rincorre lo “shock” emotivo: il pianto in diretta, l’urlo, la lite, la volgarità che sfiora la pornografia televisiva. La TV di Limiti richiedeva attenzione e memoria; quella attuale chiede solo reazione istintiva. Lasciava qualcosa il giorno dopo, un aneddoto, un pezzo di storia, un’emozione colta, mentre molta televisione di oggi è rumore di fondo che svanisce nel nulla. È incredibile il contrasto: da una parte un uomo che studiava incessantemente per arricchire il suo pubblico con storie di Mina, Alida Valli, Milva o Giacomo Rondinella; dall’altra carrozzoni autoriali che producono insulsaggini per racimolare uno zero virgola di share. Il caso Del Noce resta una ferita aperta: sostituire un programma che educava ed emozionava con eleganza per far spazio a logiche diverse fu un segnale chiarissimo. Paolo venne boicottato in quel periodo, e fa ancora male al confronto con tanto ciarpame attuale. Aggiungiamo gli orari: la prima serata che slitta quasi alle 22:00 è una mancanza di rispetto verso chi lavora e cerca un intrattenimento intelligente prima di dormire. Si è dissolto quel senso di comunità che c’era quando, con i nostri genitori, guardavamo Limiti: uno scambio generazionale, un racconto che univa chi quegli anni li aveva vissuti e chi li stava scoprendo. Oggi la TV divide: reality per i ragazzi, programmi che stordiscono per non far pensare agli altri. Quell’oasi di gentilezza e competenza di cui parlava Paolo sarebbe quasi un atto di ribellione in un pomeriggio (o prima serata) pieno di rumore inutile. È triste che la competenza venga scambiata per noia e la sguaiatezza per modernità. Eppure la nostalgia, quando è ben motivata, non è solo rimpianto: è una bussola. Paolo ci manca veramente. Ha lasciato inediti bellissimi a Giovanna Nocetti, come "Mattino ore 5" e "Maledetto vigliacco", perle che testimoniano la sua vena creativa fino alla fine. Il danno culturale è grave, ma non irreversibile. Credo e spero che ci sia ancora una piccola parte di pubblico, magari tra i più giovani, che se esposta a quel garbo e a quella televisione fatta a mano, saprebbe apprezzarla. Ma mi rendo conto che è un'utopia. Indiietro non si torna. Ricordare Paolo Limiti con lucidità non è sterile rimpianto: è tenere viva l’idea che un’altra TV potrebbe essere possibile, fatta di studio, rispetto e narrazione. L’8 maggio, nel giorno del suo compleanno, brindiamo alla memoria di un signore della televisione italiana. Un archivista della bellezza, un uomo che non si limitava a leggere un copione ma costruiva mondi interi. Grazie Paolo, per averci insegnato che l’intrattenimento può essere anche cultura, emozione colta e gentilezza. Ci manchi. Il tuo esempio continua a fare male, nel senso più bello,al confronto con tanto ciarpame attuale.