Intervista a Fabio Corbisiero
Fabio Corbisiero non è solo un accademico; è un esploratore dei confini sociali e materiali che definiscono il nostro modo di abitare il mondo. Professore Associato presso l’Università di Napoli Federico II e direttore della rivista Fuori Luogo, Corbisiero ha saputo intrecciare la sociologia dell'ambiente con quella del territorio, guardando allo spazio non come a un contenitore neutro, ma come a un campo di battaglia tra disuguaglianze e opportunità. Le sue ricerche lo portano spesso all’estero (New York, Stoccolma, Dublino e altre destinazioni internazionali) e il suo impegno per i diritti delle comunità LGBTQIA+ è seminale nel panorama italiano. Con lo stesso rigore analizza transizione ecologica, accessibilità turistica, dinamiche generazionali e gli effetti delle crisi sul nostro vivere quotidiano.Fabio Corbisiero è una figura di riferimento in Italia negli studi su città, turismo e dinamiche di inclusione sociale. Coordinatore dell’Osservatorio LGBTQIA+ e direttore della rivista «Fuori Luogo», il suo lavoro esplora come gli spazi urbani e i flussi turistici possano favorire processi di emancipazione e di coesione sociale, o al contrario rafforzare meccanismi di esclusione per le comunità più vulnerabili.
In che modo la sociologia del territorio può aiutare oggi le amministrazioni locali a riconoscere e valorizzare le “città invisibili” abitate dalle comunità marginalizzate?
La sociologia del territorio offre alle amministrazioni uno strumento fondamentale: rende visibile ciò che spesso non entra nelle mappe ufficiali della città. Le cosiddette “città fragili” non sono spazi marginali in senso residuale, ma luoghi pieni di pratiche, relazioni, economie informali, culture e bisogni specifici. Il punto è che troppo spesso le politiche pubbliche guardano ai territori solo in termini urbanistici o amministrativi, senza cogliere la loro dimensione sociale vissuta.
Un approccio sociologico consente invece di leggere i quartieri a partire dalle esperienze di chi li abita, di ascoltare le soggettività fragili, di riconoscere i conflitti ma anche le risorse presenti. Valorizzare queste città significa costruire politiche partecipative, capaci di coinvolgere le comunità marginalizzate nei processi decisionali, e non soltanto intervenire su di esse dall’alto. In altre parole, non si tratta solo di integrare chi è ai margini, ma di ripensare la città a partire dai margini.
Con la tua esperienza internazionale, quali sono le differenze più evidenti che riscontri tra il modello italiano di cittadinanza e inclusione sociale e quello delle altre grandi capitali europee?
Una differenza importante riguarda il modo in cui si concepisce la cittadinanza. In Italia permane spesso una visione ancora fortemente legata all’appartenenza formale, giuridica, nazionale. In molte grandi capitali europee, pur con contraddizioni evidenti, si è sviluppata più chiaramente un’idea di cittadinanza urbana, fondata anche sulla presenza, sulla partecipazione, sull’accesso ai diritti e ai servizi da parte degli “esseri umani” intesi come persone e non necessariamente residenti in quei territori. Questo produce effetti concreti. Dove prevale una cultura più inclusiva, le politiche urbane tendono a riconoscere più rapidamente la pluralità delle forme familiari, delle identità culturali, dei percorsi migratori e delle soggettività di genere e sessuali. In Italia, invece, il riconoscimento arriva spesso in ritardo e in modo frammentario, molto affidato alla sensibilità delle singole amministrazioni peraltro legate di frequente alle specifiche prospettive politiche. Il nodo centrale è che l’inclusione non può essere pensata come concessione episodica: deve diventare una grammatica ordinaria dell’azione pubblica, nei limiti, s’intende, delle regole e degli oneri relativi alla fruizione di quei benefici.
Il turismo viene spesso visto solo come opportunità economica. Secondo te, in che modo può trasformarsi in uno strumento di emancipazione e di affermazione identitaria per le minoranze?
Il turismo può essere molto più di un dispositivo economico come ho affermato in tutta la mia produzione scientifica di questo ultimo decennio: può diventare uno spazio di narrazione, di visibilità e di riconoscimento. Quando una comunità minoritaria riesce a raccontare il proprio territorio, la propria memoria e le proprie pratiche culturali, non sta semplicemente offrendo un prodotto turistico; sta affermando la propria presenza nello spazio pubblico. Penso a itinerari urbani, festival, pratiche culturali, archivi della memoria, spazi ****** percorsi interculturali: tutte esperienze che permettono alle “minoranze” e “soggettività non standard” di uscire dalla posizione di oggetto dello sguardo altrui per diventare soggetti che producono significato. Naturalmente c’è una condizione: questo processo deve restare nelle mani delle comunità coinvolte. Se il turismo si limita a consumare l’alterità, produce folklorizzazione. Se invece riconosce agency, memoria e autodeterminazione, allora può diventare una leva di emancipazione.
Quali sono le sfide più urgenti che l’Osservatorio LGBT+ deve affrontare nel contesto sociale e politico attuale?
Le sfide sono molte, ma ne vedo almeno quattro come particolarmente urgenti. La prima è produrre dati affidabili e continui, perché senza conoscenza empirica le discriminazioni rischiano di essere negate o minimizzate. La seconda è rafforzare il legame tra ricerca e intervento, cioè trasformare i risultati scientifici in strumenti utili per scuole, enti locali, servizi sociali e realtà associative. La terza riguarda il mutato clima pubblico: oggi assistiamo spesso a forme di polarizzazione che tendono a banalizzare o strumentalizzare le questioni LGBTQIA+. In questo scenario diventa essenziale difendere uno spazio di analisi rigorosa, non ideologica, ma anche chiaramente orientata ai diritti. La quarta sfida è l’intersezionalità: non esiste una sola esperienza LGBTQIA+ e occorre tenere insieme differenze di classe, età, provenienza, disabilità, appartenenza etnica, condizione migratoria e collocazione territoriale. Solo così si evita una rappresentazione astratta e semplificata delle soggettività.
Nella tua visione di pianificazione ecosostenibile, come si possono conciliare la tutela dell’ambiente con la necessità di rendere gli spazi urbani accessibili e accoglienti per tutte e tutti?
La sostenibilità, se vuole essere autentica, non può riguardare soltanto l’ambiente naturale: deve comprendere anche la giustizia sociale. Una città è davvero ecosostenibile quando riduce l’impatto ambientale e, nello stesso tempo, amplia le possibilità di accesso, di mobilità, di incontro e di benessere per tutte e tutti.
Questo significa progettare spazi pubblici verdi ma anche sicuri, attraversabili, inclusivi, leggibili da soggetti differenti. Significa pensare la mobilità sostenibile non solo in termini tecnici, ma considerando anziani, persone con disabilità, bambini, famiglie, soggettività vulnerabili. Significa, ancora, evitare che la transizione ecologica diventi un privilegio per pochi. La sostenibilità urbana ha senso solo se è condivisa e se riduce, anziché aumentare, le disuguaglianze spaziali.
Come è cambiato il concetto di “luogo” nell’era digitale? E in che modo la tua rivista «Fuori Luogo» interpreta il confine tra spazio fisico e mondo tecnologico?
Nell’era digitale il luogo non coincide più soltanto con una collocazione fisica. Oggi i luoghi sono sempre più attraversati da flussi informativi, piattaforme, reti comunicative, dispositivi tecnologici che ne modificano l’esperienza, la percezione e persino il valore simbolico. Tuttavia questo non significa che lo spazio materiale sia scomparso. Al contrario, il digitale ridisegna continuamente il modo in cui abitiamo i luoghi concreti.
Il confine tra spazio fisico e mondo tecnologico, quindi, non va pensato come separazione, ma come interazione. «Fuori Luogo», già nel nome, richiama un’idea critica di spiazzamento: invita a osservare ciò che sfugge alle classificazioni rigide, a interrogare le trasformazioni degli spazi contemporanei, a leggere il territorio come un campo in cui il materiale e il digitale si intrecciano. Oggi il luogo è insieme presenza, relazione, rappresentazione e connessione.
Quali sono i principali rischi legati alla gentrificazione dei quartieri storici, soprattutto in una realtà complessa e stratificata come quella di Napoli?
La gentrificazione comporta innanzitutto un rischio di espulsione: non sempre immediata e brutale, ma progressiva, fatta di aumento dei costi abitativi, trasformazione commerciale, pressione turistica, ridefinizione simbolica dei quartieri. In una città eterogenea e decisamente frammentata come Napoli questo processo è particolarmente delicato perché interviene su tessuti sociali densissimi, su economie di prossimità, su reti informali e su memorie collettive che rappresentano parte essenziale dell’identità urbana. Napoli, città delle contraddizioni che oscilla tra ricchezza e povertà, turistificazione e gentrificazioni sono viste soprattutto come opportunità di riscatto. Ma si tratta di una lente “di pancia” e dunque fortemente economicista. Bisogna iniziare a sganciare Napoli (e le altre città italiane soffocate da ingenti flussi turistici) da questa prospettiva e ripensare a salvaguardare la qualità di vita di chi quelle città la abita. Il problema non è il cambiamento in sé, ma il fatto che spesso il cambiamento viene governato secondo logiche selettive. I quartieri storici rischiano così di diventare scenografie consumabili, perdendo complessità sociale e funzione abitativa. Napoli ha bisogno di rigenerazione, ma una rigenerazione che non cancelli i residenti, che non neutralizzi i conflitti sociali dietro un’estetica della valorizzazione, e che sappia distinguere tra cura del territorio e sua messa a reddito.
In un’epoca di forti polarizzazioni, quale ruolo deve assumere il sociologo nel dialogo tra ricerca accademica e attivismo per i diritti civili?
Il sociologo, oggi, dovrebbe assumere una posizione di responsabilità pubblica. Questo non significa rinunciare al rigore scientifico, ma riconoscere che la ricerca sociale non è mai completamente neutra rispetto alle disuguaglianze, ai diritti e ai rapporti di potere. Il compito del sociologo è produrre strumenti di comprensione critica, decostruire semplificazioni, dare profondità ai fenomeni che il dibattito pubblico tende a trattare in modo superficiale o ideologico.
Nel rapporto con l’attivismo, credo sia importante mantenere un equilibrio: da un lato evitare la distanza sterile di un’accademia chiusa in se stessa; dall’altro non rinunciare alla complessità analitica. La ricerca può offrire all’attivismo dati, categorie interpretative, memoria storica, capacità di lettura dei processi; l’attivismo, a sua volta, può porre alla ricerca domande vive, urgenti, radicate nei conflitti reali. In tempi polarizzati, il sociologo deve essere un mediatore critico: non un semplice osservatore, ma neppure un amplificatore automatico. Una figura capace di tenere insieme conoscenza, responsabilità e trasformazione sociale.
Desidero ringraziare calorosamente l'Amico Fabio Corbisiero per la sua disponibilità e per le riflessioni profonde che ha condiviso. Le sue analisi offrono uno sguardo prezioso sulle trasformazioni dei nostri territori e sull’evoluzione dei diritti e dell’inclusione nella società contemporanea. Grazie per il tempo dedicato e per il costante impegno nella ricerca e nella divulgazione scientifica.
Paolo