Gianni Morandi: «A 36 anni pensavo di smettere di cantare, non sapevo cosa fare della mia vita. Oggi a 81 riempio i palasport. I social? Ho rallentato un po': le cose serie non interessano, se pelo una patata migliaia di like»
Con il tour C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story, in partenza da Conegliano, l’artista torna alle origini di Monghidoro e a una canzone che ha segnato la sua carriera
di Valentina Colosimo
Si oltrepassa un cancello, poi un ponticello sopra un torrente e infine ancora un altro cancello, e davanti alla grande casa a due piani in mezzo a un giardino sterminato, c'è Gianni Morandi con il telefono in mano che parla con Jovanotti. Dopo i saluti si entra in casa, seduti sul divano chiaro del salotto per guardare il video di Monghidoro, scritto appunto da Jovanotti: «È un regalo bello che mi ha fatto Lorenzo», dice. «Con lui si è instaurato un rapporto molto buono, molto amichevole. È una persona molto generosa. Siamo vicini». Per l'amico, Jovanotti aveva scritto già un altro «regalo»: «Avevo da poco avuto l'incidente alle mani, l'ustione, lui mi telefona di sera, non lo sentivo da un po’. Mi dà coraggio, poi mi scrive L’allegria. E io lo sentivo, mi dava forza cantarla. Poi arriva Sanremo, Apri tutte le porte». E adesso questo nuovo pezzo. Si riparte dunque da Monghidoro, il paese a sud di Bologna dove è nato Morandi ottantuno anni fa, si riparte dalle origini per cominciare un tour importante, C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story, undici date tra i principali palasport italiani, in partenza l'11 aprile da Conegliano, che nasce per festeggiare i sessant’anni della canzone-simbolo della sua carriera. «È una canzone nata durante la guerra del Vietnam. Ma la guerra c’è ancora. Non si spegne mai. Rimane attuale», dice.
Del resto, «uno su mille ce la fa», cantava lui che ce l'ha fatta a risollevarsi e, anzi, a diventare patrimonio nazionale della musica italiana. Ma i momenti no ci stanno, anche sul palco: «Se sbagli, fa parte dello spettacolo». È una cosa che dice citando Lucio Dalla: «Lucio qualsiasi cosa succedeva la faceva diventare uno show». Amico carissimo di una vita intera, Dalla è una presenza continua nei racconti. «Era imprevedibile, troppo bravo. Con lui era difficile stargli vicino». Poi, quasi senza cambiare tono, racconta del giorno della sua morte. «Ero qui a casa. Mi chiama Bibi Ballandi: “Gianni, è morto”. Io non ci credevo. Era in tour, dovevo raggiungerlo in qualche data. Due giorni prima eravamo allo stadio insieme. È stato un colpo terribile».
Il passato torna anche negli aneddoti più leggeri, quelli del Cantagiro, delle macchine piene di ghiaccio e Coca-Cola, delle giornate caotiche con altri cantanti. «Ne abbiamo fatte di tutti i colori».
E poi c’è il presente, quello dei social. «Sembrava che non si potesse vivere senza». A un certo punto decide di fermarsi: «Per vedere cosa succedeva. Diventi schiavo». Poi ricomincia, ma con distanza. «Se metti una cosa seria non interessa a nessuno. Se pelo una patata, migliaia di like». Eppure, ammette, per il tour sono stati decisivi. «All’inizio abbiamo venduto il 70-80% dei biglietti solo coi social».
La giornata va avanti così, tra domande, ricordi, deviazioni. A un certo punto si parla anche del figlio Pietro, in arte Tredici Pietro, con cui poche settimane fa ha cantato Vita a Sanremo. Potrebbero bissare il duetto in tour? «Sì, può venire… però lui è strano. Magari non viene».
Poi qualcuno gli chiede se pensa al ritiro. «Io guardo Aznavour. È morto novantenne che il giorno dopo doveva fare un concerto. Mi piacerebbe fare così».