MUSICA

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Parliamo dei nostri gusti musicali

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La separazione delle carriere è un principio ragionevole in astratto

La separazione delle carriere è un principio ragionevole in astratto, corollario logico di un processo accusatorio puro, dove il PM dovrebbe essere solo parte e non “quasi-giudice”, ma questa riforma era zoppicante e sovraccarica. Lo smembramento del CSM in due (uno per giudici, uno per PM) più il sorteggio dei componenti laici e togati sembrava più un meccanismo per depotenziare l’autogoverno che per renderlo imparziale. Il sorteggio può eliminare le correnti, ma rischia anche di portare incompetenza o casualità in un organo delicato.
La riforma Cartabia (2021-2022) aveva già introdotto limiti forti al passaggio di funzioni (praticamente una sola volta e con paletti), rendendo la separazione di fatto quasi compiuta senza toccare la Costituzione. Molti, anche tra i garantisti, si erano accontentati di quello.
La campagna del Sì ha usato casi storici (Tortora, Luttazzi, fino a cronache recenti) in modo a volte strumentale: quegli errori giudiziari clamorosi nascono da problemi di cultura investigativa, pressione mediatica, abusi di custodia cautelare o carenze del rito, non direttamente dal fatto che PM e giudici condividano lo stesso concorso e lo stesso CSM.
Ccerte dichiarazioni pesano. Quella della capo di gabinetto di Nordio sul “toglierci di mezzo la Magistratura” (o simili) e l’idea che la riforma serva “anche all’opposizione quando sarà maggioranza” suonano come ammissioni maldestre: la riforma appariva a molti non solo tecnica, ma politica, volta a riequilibrare i poteri a favore dell’esecutivo di turno. Nordio ha sempre negato di voler subordinare i PM, ma il framing complessivo ha alimentato il sospetto opposto.
Quanto alla vittoria del NO
Hanno trasformato un referendum costituzionale in una guerra di religione, e non aiutano. Il mantra “la Costituzione non si tocca” è infatti insopportabile conservatorismo da museo. L’art. 138 esiste proprio per modificarla, e la Carta del ’48 è figlia di un compromesso storico tra forze molto diverse, in un mondo pre-UE, pre-globalizzazione. Aggiornarla (con prudenza e con il procedimento corretto) non è blasfemia, è manutenzione istituzionale. Detto questo, il No ha vinto anche perché molti elettori moderati (compresi garantisti non di sinistra) hanno visto nella riforma più rischi che benefici: pericolo di PM troppo “politici” o troppo deboli a seconda della maggioranza, indebolimento dell’indipendenza percepita, complicazioni inutili. Il centrodestra esce diviso (Forza Italia più tiepida, FdI più spinta), la sinistra e l’Anm esultano, ma senza vera vittoria strategica. Il problema cronico della giustizia italiana (tempi biblici, impunità di fatto per molti reati, errori giudiziari, carichi eccessivi) resta intatto. Né il Sì né il No risolvevano da solo la lentezza dei processi o la qualità delle indagini. Alla fine, come spesso in Italia sui temi istituzionali, ha prevalso il conservatorismo prudenziale degli elettori. Meglio non toccare equilibri delicati con una riforma percepita come parziale e politicizzata.