MUSICA

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​​​​​​​Parliamo dei nostri gusti musicali


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"Mi manda Rai Tre"

Credo che molti che hanno visto la puntata di ieri 15 marzo 2026 di Mi manda RaiTre abbiano provato rabbia, impotenza e amarezza. Il servizio “Trappola nel carrello” ha rimesso al centro una pratica che va avanti da mesi (almeno da fine 2025, quando è esplosa la bufera sulla Pam Panorama): ispettori che si fingono clienti normali, nascondono merce nel carrello o sotto altri prodotti, e se il cassiere non se ne accorge scatta contestazione per mancata vigilanza sul furto, spesso con conseguenze pesantissime, fino al licenziamento in tronco.Quello che fa più male è lo sguardo di quelle persone: over 60, carriere intere passate a battere scontrini, turni massacranti, lavori usuranti che logorano schiena e articolazioni, e la consapevolezza che se perdi quel posto dopo i 60 è quasi impossibile ricollocarsi. Aggiungici il ricatto della pensione. Con Quota 103 o 104 chi ha avuto buchi contributivi, part-time forzati o contratti atipici rischia di arrivare a 70 anni suonati senza assegno pieno. E nel frattempo? Affitto, bollette, medicine. La frase del conduttore “Ma come è possibile tutto questo?” suona quasi retorica, perché la risposta strutturale la conosciamo tutti: delega totale della sicurezza interna alla singola cassa invece di sistemi anti-furto tecnologici diffusi, telecamere intelligenti, addetti dedicatI, contratti collettivi della distribuzione moderna che lasciano ampi margini alle aziende su contestazioni disciplinari, una giurisprudenza
che a volte considera questi test legittimi controlli a sorpresa, altre volte li boccia come trappole sleali o sproporzionate (come è successo a dicembre 2025 con il reintegro di Fabio Giomi alla Pam di Siena, deciso dal giudice del lavoro).
Una politica che negli ultimi 20-25 anni ha smontato tutele invece di rafforzarle, rendendo il lavoro dipendente sempre più precario anche per chi ha 30 anni di contributi alle spalle.
Governi di ogni tipo hanno contribuito a riforme che hanno reso più flessibile il mercato del lavoro, spesso a scapito di chi è già fragile. Però oggi il tema è trasversale. Nessuna forza politica sembra avere la forza e la cultura per reintrodurre tutele vere contro queste derive manageriali estreme. Federico Ruffo ha fatto bene a chiamare le cose con il loro nome e a non girarci intorno sulla dignità calpestata. Quelle testimonianze, anche le voci distorte per paura, raccontano un’Italia che invecchia male, dove chi ha dato una vita al lavoro si ritrova trattato come un costo da tagliare. Forse servirebbe che casi come questi arrivassero in Parlamento, o che i sindacati, che in alcuni casi hanno già ottenuto reintegri, riuscissero a generalizzare la battaglia, magari chiedendo una norma chiara che vieti licenziamenti basati solo su questi test trappola senza contestualizzazione e proporzionalità.