ClassificamMINAndo "5043" - Bacheca 26 gennaio 2002
ClassificamMINAndo "5043" - Bacheca 26 gennaio 2002
Nel 2001 e 2002 Luigi Nava, moderatore della Bacheca del sito ufficiale, aveva varato la rubrica ClassificamMINAndo, per cui settimanalmente c’era il contributo dei forumisti con loro recensioni o racconti ispirati agli album di Mina, selezionati dallo stesso Nava.
Nel gennaio 2002 nell’ambito del “ClassificamMINAndo” per l’album 5043, io scelsi di scrivere un racconto ispirato alla canzone “Le mani sui fianchi”, dal titolo “Lettera mai spedita dalla donna con le mani sui fianchi”.
Lo ripropongo di seguito-
Lettera mai spedita dalla donna con le mani sui fianchi - di Paolo
Mi è scappata una lacrima perché mi manchi. Non avere fretta, uomo, si sistema tutto, serve solo un po’ di pazienza.
Sto seduta sulle scale, meglio che rimanga sola. Se non ti posso avere subito, aspetterò. A volte mi viene l’ansia, ma non si può far fretta al tempo. Non avere fretta. Torneremo a stare bene assieme. Se abbiamo un po’ di pazienza, mi sa che ce la faccio.
Mi sembra tutto molto complicato. E questa non è sicuramente una novità. Non so cosa voglio, non lo so più. Spesso le cose che ho molto desiderato si sono poi rivelate le cose sbagliate. Perché, anche conoscendo i propri desideri, non possiamo davvero sapere se ciò che vogliamo con tanta intensità sia quello che ci renderà felici. O almeno sereni. Mi sembra tutto infinitamente complicato.
Sto lentamente smettendo di pormi domande. E questa è senz’altro una novità. Non è neanche del tutto vero. Forse ho semplicemente smesso di cercare risposte alle mie domande. Perché ho realizzato quanto siano terribilmente poco definitive. Servono solo a rassicurarmi per un breve istante destinato a sciogliersi nel caos di mille altri istanti simili in cui prevale l’illusione di aver intuito una verità, che tale non è mai stata. Non esistono verità assolute, e comunque non per un tempo indefinito. E se tu non tornerai, spero di ricordarmelo quando mi sorprenderò a credere ancora a qualcuno che dice di amarmi.
Dio come vorrei passare la notte tra le braccia di un uomo, giusto per l’illusione di qualche dolce ora che mi faccia momentaneamente pensare di non essere sola.
Ma ormai questa consapevolezza non mi abbandonerà più. Possiamo solo condividere il viaggio, o un tratto di strada, ma la vita è spietata. Ci illudiamo costruendoci un nido di parvenze, di rispettabilità apparente, ma dentro restiamo feroci, la paura di ferire non è mai superiore a quella di essere feriti.
Siamo solo cani di strada, pronti a mordere. Io l’ho solo dimenticato. Ho scordato di affilare i miei artigli e, come sempre, sono rimasta colpita da qualcuno più forte. Più forte? No. Solo più egoista.
La vita non mi ha ancora insegnato, no, non mi ha ancora convinto ad entrare nel suo gioco in cui continuo a perdere.
O forse sta in questo la vittoria?
E’ che prima o poi tutto torna alla superficie. Sentimenti compresi. Puoi fare finta di scordarli per un po’, ma alla fine gridano troppo forte per continuare ad ignorarli. E la mia vita è sempre stata troppo basata sulle sensazioni, le emozioni, i maledetti sentimenti, perché io possa decidere di cambiare.
Ritornano come un fiume sotterraneo che, a lungo, ha viaggiato sotto i miei passi, sotto il suolo di finta indifferenza, per poi scaturire, alla prima incauta distrazione, irruente, prepotente, quasi cattivo, come un segreto nel tempo forzatamente tacitato.
E, se potessi, vivrei privandomi di quest’acqua che mi bagna, ma di cui non riesco a dissetarmi.
La vita mi chiama, mi attira.
Allora vita, se mi vuoi, prendimi in pieno, non limitarti a sfiorarmi con un lembo delle tue vesti smesse.
Ho bisogno della brezza, della pioggia e del temporale insieme, di bagnarmi, di inebriarmi, di lasciarmi colpire dall’acqua, fredda, che mi strappi da tutto questo.
Spalanco la porta. Guardo fuori il paesaggio consueto, i campi, gli alberi quasi spogli, le nuvole grigie che si muovono lentamente nel cielo. Nel respirare mi rendo conto che tutto sommato posso ancora farcela. Niente può mutare il niente.
Avrei dovuto chiudere quella porta prima che il sogno prendesse un’altra strada.
Avrei dovuto, ma non l’ho fatto, ed adesso aspetto, aspetto il giorno che si muova piano, battuto dalle lancette che ogni tanto s’incontrano dandosi la mano.
Scansare inermi scarpe abbandonate, riverse su se stesse, e ombrelli aperti, guardare con noncuranza piccoli oggetti soffocati da un mare di polvere.
E sentire grida soffocate di piatti ammassati, unti di noia e pieni di ricordi, e fermarsi a raccontargli favole per calmarli un po’, magari canticchiando ninne nanne che forse dopo si addormenteranno.
Le lancette si saranno date la mano infinite volte, forse si saranno già tolto il saluto, stufe di vedersi così spesso.
La porta è ancora aperta sui campi.
Il silenzio. Come fa male il silenzio. E’ tutto così fermo.