IL "CASO MINA": ARCHIVI RESTAURATI O INGANNO COMMERCIALE?
IL "CASO MINA": ARCHIVI RESTAURATI O INGANNO COMMERCIALE?
Non posso più tacere davanti alla strategia comunicativa della PDU. È in atto un’operazione sistematica per far passare come "appena registrati" dei brani che, all'orecchio esperto, appartengono chiaramente a sessioni d'archivio di decenni fa.
Il caso eclatante: "A costo di morire" (2026)
Benedetta Mazzini risponde sui social che il brano è stato appena registrato. È palesemente falso. Il timbro, l'agilità e il colore della voce sono quelli della Mina del 1979 (periodo di Attila). Negare l'evidenza storica di una voce che ha 46 anni in meno è un insulto all'intelligenza dei fan.
Il precedente di "Al di là del fiume" (Maeba, 2018)
Un altro esempio di questo "trucco": il brano è stato inserito in un album di inediti nel 2018, ma la traccia vocale risale innegabilmente al 1987. Hanno preso un vecchio nastro, ripulito la voce e costruito intorno un arrangiamento moderno per spacciarlo come novità attuale.
Perché mentire? Perché Massimiliano Pani sa che un "nuovo singolo registrato oggi" attira le radio e il grande pubblico più di un "recupero d'archivio". Ma per chi ama Mina, questo è un imbroglio, perchè si svilisce il passato.: Non dichiarare la data originale toglie valore storico a interpretazioni che all'epoca erano capolavori e manca l'onestà. Sarebbe molto più nobile dire: "Abbiamo ritrovato una perla del 1979 nei cassetti di Lugano e l'abbiamo restaurata per voi". I fan apprezzerebbero la sincerità e il valore del ritrovamento.
Questa gestione "misteriosa" e poco trasparente sta portando i fedelissimi ad allontanarsi. Non si può trattare la discografia della più grande cantante italiana come un banale prodotto da scaffale da "gonfiare" con operazioni di marketing. La verità è che preferiamo la Mina autentica del passato dichiarata come tale, piuttosto che un'illusione digitale creata per fare cassa.
Basta bugie, La voce di Mina è un patrimonio, non un trucco da prestigiatore.