Ritratto in bianco e nero, contenuta nel doppio album Sì, buana del 1986,
Ritratto in bianco e nero, contenuta nel doppio album Sì, buana del 1986, non è una semplice rivisitazione del classico di Jobim e Chico Buarque, ma una vera e propria metamorfosi. Spogliata del suo originario carattere brasiliano, la canzone si trasforma in un valzer crepuscolare e lentissimo, dove il testo di Giorgio Calabrese scava nel profondo fino a diventare una confessione quasi psicanalitica.
Al centro del brano c'è una donna dotata di una lucidità spietata: sa perfettamente che la sua storia d'amore è destinata al fallimento, eppure sceglie consapevolmente di ricaderci, alimentando il proprio tormento interiore come unico strumento per sentirsi ancora viva.
L’impalcatura musicale è ridotta all’essenziale, affidata a un trio d'eccezione: il pianoforte rarefatto di Renato Sellani, il contrabbasso di Massimo Moriconi e la batteria di Ellade Bandini. Su questo tappeto sonoro nudo e commovente, la Mina del 1986 mette in mostra una maturità espressiva insuperabile. La sua voce, che in quel periodo si fa più scura e soffusa, entra in scena quasi sussurrando, come se seguisse il filo di un pensiero privato. Non ha bisogno di ricorrere a grandi volumi per emozionare; le basta lavorare sulle sfumature, caricando ogni sillaba di un’intensità che tocca le corde più scoperte.
Passaggi come inguaribili manie o lo maltratto per davvero sono interpretati con una naturalezza disarmante, dando l'impressione che la cantante stia vivendo quel dolore in tempo reale. Il testo stesso evita ogni forma di vittimismo, preferendo un’eleganza crudele fatta di versi che colpiscono come sentenze. La consapevolezza di un tempo inutile sprecato e l'immagine del cuore già segnato rendono il brano un manifesto sull’amore inteso come dipendenza lucida.
Il tocco impressionista di Sellani, fatto di silenzi drammatici e note che cadono nel vuoto, accompagna Mina verso un finale che lascia addosso una desolazione composta e persistente. Nonostante sia un capolavoro spesso ignorato dai grandi circuiti, questa traccia resta una delle vette più alte della musica italiana: un ritratto perfetto e straziante della bellezza che risiede nel ricordo, anche quando questo fa male.