MUSICA

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​​​​​​​Parliamo dei nostri gusti musicali


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La questione di "A costo di morire"

La questione di "A costo di morire" è il perfetto esempio di come la PDU di Massimiliano Pani gestisca il mito di Mina, imponendo una narrazione che i critici musicali più influenti come Ernesto Mastroianni di LaC News24, Gabriele Fazio di Open e Gino Castaldo di Repubblica hanno sposato senza porsi troppe domande o, peggio, omettendo volontariamente la verità tecnica. Analizzando il brano, l'orecchio esperto avverte immediatamente lo scarto: la voce che sentiamo è quella di una Mina trentasettenne del 1977/79, nel pieno della sua potenza fisica, con quel vibrato stretto e quella brillantezza argentina che oggi, a 86 anni, sono fisiologicamente mutati in un timbro più scuro, ambrato e "di petto". Eppure, nelle recensioni che hanno portato ai famosi "voto 10", questa distinzione scompare. Chi ha suggerito come impostare queste analisi è chiaramente la regia della PDU, che fornisce i brani come "inediti" giocando sull'ambiguità del termine: per la discografia è inedito ciò che non è mai stato pubblicato, ma per l'ascoltatore "inedito" significa spesso "nuovo, appena inciso". Presentare una traccia di 47 anni fa come il vertice di un album attuale serve a mantenere l'illusione di una Mina che non invecchia mai, un'entità sovrannaturale capace di prestazioni vocali impossibili per una ottuagenaria. I critici citati, anziché fare un'operazione di verità filologica, hanno preferito seguire il binario tracciato da Pani, celebrando il "miracolo" piuttosto che il "restauro". Questo atteggiamento finisce per essere una presa per i fondelli per i fan, perché crea un confronto sleale tra la Mina reale di oggi, quella che sentiamo in altri pezzi più recenti, meravigliosa nella sua maturità, come "Abban-dono" e il fantasma tecnico di un passato glorioso, usato come "trucco" per alzare artificialmente la media qualitativa del disco e giustificare voti altissimi che servono più al marketing che alla cronaca musicale.