Ecco "Da Capo" di Mina, un brano che nel 1977 ha aperto le porte di un doppio album leggendario, Mina con bignè, e che ancora oggi, nel 2026, suona come un piccolo miracolo di eleganza e profondità emotiva. Immagina una donna che, dopo l'abbandono, si trova davanti allo specchio di se stessa e sussurra: ricominciare da capo sembra facile, ma non sa da che parte voltarsi. Il testo di Marco Luberti, con la melodia di Riccardo Cocciante, non urla disperazione: la lascia filtrare piano, tra ironia amara e una malinconia che punge senza mai diventare melodrammatica. È un lamento composto, quasi aristocratico, che parla di torpore, di "ma perché" ripetuti come domande senza risposta, di un cuore che gira a vuoto ma non si arrende del tutto. Poi entra lei, Mina, e tutto cambia. La voce calda, vellutata nei versi bassi, poi capace di slanci morbidissimi negli acuti non forza mai, non strappa lacrime a tutti i costi. Accarezza le parole, le allunga, le morde appena sulle consonanti, gioca con pause e respiri come solo lei sa fare. È un'interpretazione che rende il brano universale. con una dignità e una sensualità trattenuta che la rendono irripetibile. Sembra che canti dentro una stanza vuota, eppure riempie ogni spazio con presenza assoluta. L'arrangiamento avvolge tutto in un abbraccio orchestrale anni '70, archi eleganti, un pianoforte che potrebbe essere lo stesso di Cocciante, fiati discreti senza mai sovrastare. È intimo, da camera, quasi da musical crepuscolare, e il remaster del 2001 lo fa brillare ancora di più: la voce emerge cristallina, il suono pulito ma vivo, come se Mina l'avesse inciso ieri. In un'epoca di produzioni ipercompresse e vocali trattate, riascoltare "Da Capo" fa quasi male per quanta classe sprigiona. È la prova che la vera emozione non ha bisogno di effetti speciali: basta una voce che sa dire tutto restando composta, un testo intelligente, un arrangiamento che respira. È uno di quei pezzi che invecchiano al contrario, diventando sempre più moderni nella loro essenzialità.