Morrissey incontra la sua musa Rita Pavone a Milano
Morrissey incontra la sua musa Rita Pavone a Milano
La recensione dello show milanese, con un inaspettato backstage e omaggio
Di Gianni Sibilla
Un mazzo di fiori infilati nei pantaloni, delle maracas in mano che prima agita in maniera buffa mentre si trascina sul palco facendo smorfie, e che poi suona mentre accenna "Viva la pappa col pomodoro", nella versione inglese ("The man who makes the music, la la la la la..."). Morrissey si presenta così sul palco del Fabrique, alle 9. il concerto era indicato alle 8:20: a quell’ora, il Fabrique è già strapieno, è quasi impossibile muoversi. Ma prima parte un lungo video sullo schermo che allunga un’attesa durata 12 anni - tanto è passato dall’ultimo concerto a Milano. Poi l'omaggio cantato a Rita Pavone.
Rita Pavone, “mia musa”
Sulla balconata c’è anche lei, in persona, una delle icone del pantheon di Morrissey: Rita Pavone. Moz in passato l’ha citata più volte fin dagli anni ’80: già nel passaggio a Sanremo Rock degli Smiths nel 1987 raccontò che “Cuore” è uno dei suoi 45 giri preferiti, arrivando poi anche a inserire un suo video nei montaggi pre-show dei concerti. Un affetto ricambiato dalla Pavone, che ha citato spesso questa ammirazione in interviste e post social: solo qualche mese si era rammaricata di non essere mai riuscita a incontrarlo.
Finalmente l'incontro è avvenuto nel backstage, prima del concerto, come mi racconta lei stessa a fine serata, mostrandomi una copia dell’autobiografia che Morrissey le ha regalato con la dedica “mia musa”. Durante il concerto Rita Pavone canta e tiene il tempo a tutte le canzoni, ogni tanto qualcuno le chiede una foto.
Il video tributo e le icone di Morrissey
Nel lungo video tributo di Morrissey alle sue icone, un montaggio di 40 minuti con spezzoni di performance e interviste, ci sono dai Ramones ai Kid Creole ai Sigue Sigue Sputnik. Un "moodboard" che durerà anche durante lo show: sullo schermo compaiono brevi filmati animati, da Brigitte Bardot a Bruce Lee, da Twiggy a Pasolini, a illustrare le canzoni.
“I’m very happy to be here, I’m very happy to be alive. It won’t last”, dice al pubblico quando inizia il concerto, per stabilire il tono della serata. Lo show è la perfetta messa in scena di Morrissey e delle sue sublimi contraddizioni - quelle che si trovano anche nell’ultimo disco “Make-up is a lie”, appena uscito ma con solo tre canzoni in scaletta: la title track, “Notre-Dame” e “The Monsters of Pig Alley”, la più smithsiana del mazzo. “Ho grandi notizie: l’album a metà della settimana è al numero 2 delle classifiche inglesi. E senza radio e senza l’attenzione dei media”, dice tornando al classico tormentone in cui racconta di essere censurato perché “in Inghilterra se hai un pensiero indipendente ti arrestano”, dirà poco dopo.
Tra classici e momenti di stanca
Monologhi a parte, il concerto alterna grande musica e momenti di stanca, canzoni sublimi e altre che non reggono il confronto con i classici come “Suedehead” - il suo primo singolo solista, accolto con un boato, mentre Moz sfodera la sua voce (“I’m so sorry!”) e le sue pose iconiche (no, l’aggettivo non è un’esagerazione), come farà per buona parte del concerto. In questo senso, il confronto tra “Last night i dreamt that somebody loved me” - una delle poche canzoni degli Smiths in scaletta - e la successiva “Jack the Ripper” è abbastanza impietoso.
Ma il pubblico reagisce comunque adorante: quando lui butta una bandana sudata, nelle prime file ci si accapiglia per il cimelio. A fine show diversi fan provano a salire sul palco, prontamente bloccati dalla security - ma con Morrissey che si avvicina e tende loro la mano.
Alla fine gli si perdona (quasi) tutto
Quando canta “How Soon Is Now” - anticipata in una scaletta un po’ diversa rispetto a quella standard delle altre date - o i pezzi migliori del repertorio solista come “Everyday Is Like Sunday” gli si perdona qualsiasi cosa. Gli si vuole bene a prescindere anche in momenti un po' imbarazzanti, come i ringraziamenti della band in cui ogni musicista si mette in fila dietro di lui, aspettando il suo turno al microfono per dire due parole - in un momento da recita scolastica più che da concerto rock.
Però poi torna per i bis e canta “There Is a Light That Never Goes Out”, sventolando un mazzo di fiori. Il classico dei classici, rimesso in scaletta solo di recente e che molti fan non speravano più di sentire dalla sua voce. Il concerto finisce con Morrissey a torso nudo, e viene in mente una frase che canta in “The Monsters of Pig Alley”: “We’re not sophisticated / We’re overweight and dated / But we love you”.