MUSICA

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​​​​​​​Parliamo dei
nostri gusti musicali
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MUSICA
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Zorama e Paolo

Zorama: Diceva Walter Lippmann:
“Dove tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa molto.”
Ed è proprio da qui che vorrei ripartire.
Dal pensiero critico. Dal coraggio di mettere in discussione ciò che tutti danno per scontato. Perché basta iniziare a farlo davvero, e davanti si apre un mondo. A volte persino una voragine.
E mi viene in mente anche George Carlin, uno dei pochi americani che ho sempre stimato e amato, che diceva più o meno così: non vedo come potrei essere orgoglioso di essere americano. Sarei potuto nascere in qualsiasi altro posto. Posso essere orgoglioso di un figlio, di qualcosa che ho costruito con le mie mani, ma non di un fottutissimo caso. Perché nascere in America piuttosto che in Siria, in Iran o in Francia è puro caso.
Ecco, allo stesso modo vale anche per nascere a Napoli piuttosto che a Bolzano o a Cosenza. È sempre il risultato di un caso.
Ecco perché, da napoletano, non ho mai amato quello sbandieramento continuo di orgoglio e fierezza per il semplice fatto di essere nati a Napoli.
Non ricordo siciliani, romani o calabresi andare in TV a dire: “siamo i migliori”, “la nostra musica è la migliore”, “gli altri sono tutti invidiosi di noi”.
Non ricordo qualcuno dire: “viva Catanzaro”, “viva Bologna”, “viva Udine”, “viva Lecce”.
E invece noto spesso che molti miei concittadini, quando qualcuno fa qualcosa di buono, subito partono con “Forza Napoli”, “Napoli vince”, “Napoli è la migliore”.
E allora mi chiedo: in questo schema io, che sono napoletano, quale ruolo dovrei avere?
Quello dell’invidioso?
Perché molto spesso questa narrazione finisce sempre nello stesso punto: se non ti piace qualcosa, allora sei invidioso.
Ma questo è vittimismo.
Vittimismo fine a se stesso.
E questa cosa purtroppo ricade anche nella musica.
Non farò nomi, sono stanco.
E non ho nulla contro le persone, né contro la tecnica, la bravura o la voce di qualcuno. Qui si parla di arte, cultura e musica.
Il problema è che oggi siamo diventati un popolo — in generale — sempre più addomesticato. Abituato alle cose facili, già sentite, immediatamente orecchiabili. Giri armonici semplici, strutture prevedibili, tutto costruito per funzionare subito.
È ovvio che poi il consenso si allarghi alla massa. E in questo senso il Festival di Sanremo diventa una cassa di risonanza enorme, insieme ai social: TikTok, Instagram e compagnia.
Quello che mi stanca davvero è il pressapochismo.
La mancanza di senso critico.
Il fare il tifo per un cantante piuttosto che per un altro soltanto perché appartiene alla propria città.
L’arte non è una partita di calcio.
E forse il vero problema, oggi, è proprio questo: abbiamo smesso di pensare. E ci limitiamo a tifare.

Paolo Driussi: Sono completamente d'accordo con te. Il pensiero critico è merce rara, e l'orgoglio per un posto in cui sei nato per puro caso – che sia Napoli, Udine, Milano o chissà dove – resta una delle identità più pigre e preconfezionate che esistano. È come vantarsi del codice fiscale o del gruppo sanguigno. Quello che descrivi sul "tifo" napoletano lo vedo ovunque, non solo lì: si trasforma in una curva da stadio applicata a tutto, musica compresa. Chi critica diventa automaticamente "invidioso", "polentone del nord" o roba simile. È vittimismo travestito da orgoglio, e blocca qualsiasi discorso serio. L'arte non è una partita: non si tifa per uno solo perché "è dei nostri". Si giudica per qualità, profondità, coraggio. Invece oggi domina il facile, l'orecchiabile in 15 secondi, il virale costruito per like e algoritmo. Sanremo e TikTok hanno amplificato tutto: giri armonici minimali, strutture prevedibili, consenso immediato per la massa. E qui arriva il punto che mi fa più male: quanta gente, non solo a Napoli ma in generale, ha perso il contatto con la vera grandezza della tradizione. Quanti di questi napoletani d'oggi (e non solo loro, eh) conoscono davvero le canzoni di Libero Bovio? Parliamo di "Lacreme napulitane", "Chiove", "Guapparia", "'O Paese d'o sole", "Reginella", "Passione"? Testi e melodie che hanno segnato un'epoca, con una poesia e una malinconia che oggi si cercano con il lanternino. Quanti hanno ascoltato con vera attenzione Roberto Murolo, che ha interpretato e fatto rivivere i classici con una classe e una misura incredibili negli anni '40-'50? Album interi di perle come "Anema e core", "Luna rossa", "'O ciucciariello", "Scapricciatiello". E poi nomi come Fausto Cigliano (spesso citato con Mario Gangi per le loro incisioni raffinate), Giacomo Rondinella (con "Malafemmena", "Maruzzella", "'O surdato 'nnammurato", "Marechiare"), Miranda Martino (nata proprio in Friuli, a Moggio Udinese, e diventata una delle voci più potenti della canzone napoletana con interpretazioni di "Torna a Surriento", "'Na sera 'e maggio", "Piscatore 'e Pusilleco") per citarne solo alcuni a caso. La maggior parte non sa nemmeno chi siano. Conoscono i neomelodici (a volte solo di nome), e per il resto Geolier e compagnia. Punto. È una voragine culturale. Si nsta lasciando morire una ricchezza immensa in favore del contenuto veloce e usa-e-getta. Grazie Mariano per averlo scritto senza peli sulla lingua. Servono più persone che osino rompere il coro del "tutti d'accordo" e riportino al centro il coraggio di pensare diversamente. Anche se fa scomodo, anche se fa male.