Pasolini non recita nel senso teatrale: parla piano, con una sorta di pudore trattenuto, quasi balbettando in certi punti, con pause che pesano come macigni. La voce è bassa, un po' nasale, friulana dentro, ma romana negli accenti. Non c'è enfasi da attore, non c'è melodrammaticità. È come se stesse confessando qualcosa di intimo e doloroso direttamente alla madre, sapendo che lei è lì (o come se lo stesse dicendo a se stesso). Quel tono quasi monocorde, spezzato solo dal tremito su frasi come «è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia» o sul finale «Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire», trasmette un senso di vulnerabilità assoluta, di bambino adulto che implora. Rispetto alla versione di Laura Efrikian (più calda, femminile, "cantata" con emozione controllata), qui c'è una nudità diversa: è Pasolini che si espone senza filtri, con tutta la sua angoscia esistenziale, il conflitto tra amore carnale e amore materno-spirituale, la schiavitù del legame con Susanna. Senti proprio il peso della sua diversità, della solitudine che lui attribuisce proprio a quell'amore insostituibile e totalizzante. È quasi insopportabile ascoltarla, perché non c'è mediazione: è lui, nudo. Quando la ascolti da lui, capisci perché la poesia è diventata un'icona: non è solo bella, è vera fino al midollo.