MUSICA

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Parliamo dei nostri gusti musicali

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MUSICA
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Negri - Vistarini - Paolo

Gentile Carla, perché quelle di Cazzullo e succedanei sono essenzialmente pose, manifestazioni di conformismo intellettuale di chi ha soprattutto interesse a dire la cosa giusta, al momento giusto, nei contesti giusti per mantenere le posizioni, più che a proporre uno sguardo sul presente. Un vizio intellettuale molto diffuso dalle nostre parti, tipico di chi, più che sul proprio talento, fa conto sull'aderenza alla linea di chi ben pensa. I tempi di Malaparte, Flaiano, Arbasino sono ormai tanto remoti da far quasi pensare non siano mai esistiti. Proprio per questo è importante ricordarli, anche se il pensiero di essere passati a un perimetro culturale presidiato da cazzullidi e gramellinidi è scoraggiante anzichenò.
Roberto Negri

Carla Vistarini
Amaramente vero.

Paolo Driussi
Roberto Negri partiamo da un punto: sì, in Italia esiste (ed è sempre esistito) un certo conformismo intellettuale, un’abitudine a allinearsi alla "linea giusta" del momento per non perdere visibilità, inviti tv, colonne sui grandi giornali, ecc. È un vizio trasversale, non esclusivo di una parte politica. Ma dipingere Cazzullo come archetipo del "cazzullide" che dice solo la cosa politically correct al momento giusto mi pare un ritratto caricaturale che non regge a un esame minimamente attento. Negli ultimi anni Cazzullo ha preso posizioni che lo mettono spesso in rotta di collisione con il conformismo dominante di sinistra (quello che per anni ha egemonizzato editoria e talk show): Ha criticato duramente il "conformismo" verso Giorgia Meloni da parte di molti giornalisti e opinionisti (persino sportivi come Cabrini), accusando un clima di elogi eccessivi e mancanza di confronto critico. Proprio nel 2025 ne ha parlato in tv.
Ha scritto libri e interventi che rompono certi tabù: sul fascismo ha insistito sulla violenza del regime e sul consenso, senza indulgere in revisionismi comodi; ha difeso figure della Resistenza ma senza mitizzazioni agiografiche.
Sul presente ha spesso attaccato derive woke, eccessi di politically correct, vittimismo di certa sinistra, provincialismo culturale italiano, ecc.
Certo, resta dentro il perimetro del Corriere della Sera, un giornale mainstream di establishment liberale, e questo lo espone all'accusa di "non essere mai davvero controcorrente". Ma è un'accusa che si potrebbe muovere a quasi chiunque scriva su testate grandi: Flaiano e Malaparte scrivevano su giornali del regime o post-regime, Arbasino era un habitué di salotti e riviste "ufficiali". Il punto non è dove pubblichi, ma cosa dici.Il vero discrimine, secondo me, è un altro: Cazzullo (e Gramellini, per certi versi) rappresentano un giornalismo che cerca di parlare a un pubblico largo, non solo alla nicchia dei "radical chic" o dei "disincantati". Questo li porta a un tono a volte enfatico, patriottico, narrativo – che può apparire "conformista" a chi preferisce lo sguardo obliquo, ironico, da Flaiano o Arbasino. Ma non è necessariamente mancanza di coraggio: è una scelta di campo comunicativo. Dire "la cosa giusta al momento giusto" per mantenere posizioni? Può darsi in alcuni casi, ma non spiega tutto: Cazzullo si è preso insulti da entrambe le parti (da sovranisti quando critica Meloni, da sinistra quando non si allinea al coro anti-Meloni), e continua a farlo.Il rimpianto per Malaparte-Flaiano-Arbasino è legittimo: erano figure di un'Italia colta, cinica, letteraria, capace di ironia feroce e di distacco. Oggi quel tipo di intelligenza è più raro nei grandi media. Ma non è sparito del tutto, e soprattutto non è detto che chi occupa la scena mainstream sia per forza solo un "conformista al potere". A volte è solo uno che prova a fare un discorso comprensibile a più di 500 persone colte. Non nego che ci sia tanto allineamento pavloviano in giro (da tutte le parti), né che certi opinionisti vivano di rendita sull'adesione alla narrazione del momento. Ma ridurre Cazzullo & co. a quello mi sembra un esercizio di superiorità morale un po' troppo comodo. Scoraggiante è semmai il fatto che il dibattito pubblico italiano sia così polarizzato da non riuscire quasi più a distinguere tra posizione argomentata e conformismo: se non sei "contro" in modo teatrale, sei automaticamente "di regime". E questo sì che è un vizio molto diffuso dalle nostre parti.