Leggo che anche un noto giornalista dal nome un po' buffo che fa rima con bullo, che avrebbe tanto da fare con le sue inarrestabili giornate particolari, libri, articoli, conferenze, ospitate e tanta tv, se l'è presa col povero vincitore di Sanremo. Ha cavalcato l'onda, anzi direi l'orda, degli scalmanati da divano, tik tok e dileggiosi intellettuali, scagliatisi in massa contro il povero vincitore e la sua canzone, il cui peccato primigenio è l'essere "tradizionale". A parte che si potrebbe convogliare tanto astio verso attività più produttive, armoniche, pacificatrici, e anche creative (vediamo se ci riesci tu a fare meglio) ma possibile mai che anche un argomento del genere diventi affare di stato, anzi di staterello? La canzone è "tradizionale", dicono. Benissimo. E allora? Siamo tutti fatti, impastati, di tradizione, ne siamo sorretti. La tradizione ci fa da esoscheletro, nella vita, e da rampa di lancio, quando e se riusciamo ad emanciparcene creando qualcosa di nuovo e solido, destinato, se davvero di buona sostanza , a diventare tradizionale esso stesso, in futuro. Evento che riesce a pochi e a poche cose. Destinato troppo spesso l'abbagliante "nuovo che avanza" a un rapido e definitivo oblio. Ma qui non c'entra neanche più il tema del "tradizionale", qui c'entra l'intolleranza alla semplicità, alla bellezza, alla gioia, alla speranza. Ma perché parlare di amore vero, eterno, di felicità, di cose belle, in modo semplice, popolare e diretto, dà tanto fastidio?