Jobim la scrisse nel 1972 in un momento di crisi personale, e l'ha tradotta lui stesso in inglese adattandola leggermente ("A stick, a stone, it's the end of the road... It's the promise of life in your heart"). Nel portoghese originale c'è più senso di chiusura e ciclicità (fine dell'estate = autunno-inverno), ma anche lì emerge la promessa di vita nel cuore nonostante tutto. È un paradosso bellissimo: le acque di marzo distruggono e rinnovano, portano caos e detriti ma anche la rinascita inevitabile. Vita e morte sono intrecciate, non opposte. E' ipnotica: la melodia discendente imita il flusso dell'acqua che scende, la chitarra di Jobim è minimalista e calda, quasi sussurrata, le percussioni leggere tengono il ritmo bossa senza appesantire. Ma è la chimica tra i due a renderla immortale.
La melodia, il ritmo, le voci trasmettono accettazione serena del ciclo vita-morte-rinascita. È zen, è esistenzialista, è gioiosa nonostante tutto.