MUSICA

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Parliamo dei nostri gusti musicali

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Fabio - Paolo - Sanremo è sempre uno specchio sociologico

Sanremo è sempre uno specchio sociologico.
Dietro le critiche a Sal Da Vinci c’è il tradizionale conflitto tra cultura popolare e cultura borghese. Quella “legittimata” e mainstream. Oltre alla dinamica, neanche tanto celata, tra Terronia e Paludonia. Una canzone “da matrimonio”(non solo straight secondo lo stesso Sal) napoletano: molto emotiva, diretta, popolar-napoletana, facilmente memorizzabile. Non è solo una categoria tecnica, ma un’immagine sociale. Classico caso bourdieusiano: Sanremo non è solo musica, è distinzione sociale. Detto questo a me la canzone piace, e senza vergogna. Se emozionarsi è diventato un difetto, allora rivendico il difetto.

Caro Fabio l'analisi bourdieusiana è impeccabile, ma qui il rischio è di usare la sociologia come uno scudo per coprire una debolezza estetica. Non è la 'distinzione borghese' a criticare certi schemi, è la voglia di una musica che non sia solo la ripetizione di un rito rassicurante e sentimentale. Emozionarsi non è un difetto, ma usare l'emozione come alibi per fermare il tempo lo è. A volte una canzone da matrimonio è solo una canzone da matrimonio: rispettabile, ma non per questo esente da critiche nel contesto di un Festival che dovrebbe guardare al domani, non solo alla nostalgia.

Paolo Driussi ma da quando in quando il Festival di Sanremo è teatro di innovazione e sperimentazione?

Fabio fin dal '58 con Modugno e quel "Volare"
ha spaccato il mondo, ha fatto decollare.
Celentano nel '61 coi 24mila baci
ha portato il rock. Loredana Bertè incinta finta sul palco
provocazione pura, mica roba da balocchi e profumi.
Vasco nell'82 "Vado al massimo" spara
rock contro il melodico.
Anni '90 Oxa, Elio e le Storie Tese
punk, nonsense, satira che spacca.
2000 con i Neffa, Sangiovanni, trap e Achille Lauro
la trap entra all'Ariston. E poi playback Queen, Placebo che spaccano chitarre
Bowie '97 con la band che pare marziana!
Insomma Fabio, non è ogni anno il Big Bang
ma quando capita, Sanremo cambia il bang:
da casinò a vetrina, da tradizione a casino.
innovazione? Sì, ma a rate, col timing giusto. Quindi sì, ogni tanto è laboratorio vero
non sempre balera, a volte è un altro impero.

Paolo Driussi si a rate. Hai detto bene 😂

Fabio Corbisiero sì, a rate, e per fortuna. Se innovasse sul costume sociale ogni anno diventerebbe un predicozzo da talk show. Riflette e a volte spinge avanti l’Italia intera. Quando la società è pronta, piazza il colpo che rompe un tabù o normalizza qualcosa di nuovo: sensualità in tv, libertà post-bellica, fluidità di genere, diversità generazionale sul palco più visto del Paese. Non lo fa per moda, lo fa col timing giusto, e proprio per questo arriva a tutti senza spaventare nessuno. Se fosse sempre rivoluzione perderebbe metà pubblico; se stesse fermo al perbenismo di una volta sarebbe già morto. Invece sopravvive, influenza e cambia le cose piano piano. Quindi sì, a rate. E spacca proprio per quello. Meglio così? Non è rivoluzione permanente, è accumulo: ogni rata lascia un segno che non torna indietro. Sanremo non è una start-up che deve innovare ogni giorno o fallisce; è un’istituzione che assorbe gli scossoni della società, li fa digerire al grande pubblico e li rende normali.
Per questo esiste ancora nel 2026, mentre tanti format simili sono spariti.
Quindi sì, a rate… ma che rate, Fabio! Quelle che tengono acceso il motore da tre generazioni. Altrimenti era solo una balera eterna come quella da cui siamo partiti con questio lungo post.