“Se ne ho parlato con mio padre? Siamo in due mondi diversi e quindi è difficile avere comunicazioni con persone che hanno vissuto un'altra era” è la risposta di Tredici Pietro che aggiunge: “Penso sia la storia di padri e figli, nulla di strano. Io figlio di Morandi? Lo accetto, ci sono momenti in cui non mi fa stare bene perché ho sempre cercato di impormi e far percepire il mio modo di essere. Io non c’entro con il suo modo, gli voglio bene ma non sfrutto la situazione. Non è un discorso da ingrato ma volevo uscire con la mia voce. Questa è la storia di chi ha un padre forte ed è bello raccontarlo. Non ho mai studiato la musica, per me la scrittura e il rap hanno contato di più, un modo per entrare dalla porta retro senza avere paragoni.
E per non vivere la sindrome da impostore ho fatto un percorso di terapia che mi ha aiutato molto a essere me stesso. Adesso che ho fallito in qualche uscita, e nonostante ciò qualcuno ancora ascolta la mia musica, ho capito che c'era chi aveva piacere ad ascoltarla. A me piace lavorare sul micro per poi andare sul macro. E spero che questa mia intenzione sia riuscita. Vorrei essere spoglio da referenze. Il disco ha solo tre pezzi rap e dieci non rap. Chi fa musica non vuole sapere che genere di musica sta facendo. Anche se il rap è il motivo artistico più forte di quest'epoca, le necessità espressive le trovi nel rap. Negli ultimi 20 anni chi ha da dire delle cose si esprime con il rap. La mia non è una fuga dal rap ma un ampliamento, un'espansione della mia necessità espressiva. Il rap non è solo un genere musicale ma una tecnica. È lo specchio del nostro pianeta, racconta il mondo in cui viviamo e non c'è niente altro. Il rap racconta quest'epoca”.
“Sanremo? Ci provo ad andare se ho un pezzo che mi rispecchi, che sento. Lazza e Geolier l'anno scorso hanno fatto la sanremata del rap. E poi cosa vado a fare se mio padre ci va un anno sì e un anno no? Sembro un raccomandato. Cosa non vera, anzi”.
Pietro, altro che raccomandato: a Sanremo stai dimostrando di valere davvero.