Rita Pavone ha pienamente ragione: una volta a Sanremo c’era una commissione-giuria che selezionava le canzoni da ammettere alla gara, spesso in forma anonima, e solo dopo si decidevano gli interpreti più adatti. Era un sistema che dava spazio a scoperte vere, a brani validi prima ancora del nome del cantante, e lasciava al direttore artistico un ruolo creativo importante. Oggi invece le major discografiche (Universal, Sony, Warner e affini) impongono praticamente tutto: propongono pacchetti già pronti con artista + brano + autore/produttore, e il direttore artistico ha margine limitato, può solo dire sì/no a proposte già forti per streaming, radio, social e ascolti garantiti. Sanremo è diventato più uno showcase commerciale che una gara di canzoni pure, con le etichette che spingono chi ha già seguito o chi vogliono lanciare come nuovo astro. Il cambiamento è legato allo streaming e ai follower che contano tantissimo, ma Rita, con la sua esperienza dagli anni ’60, lo dice chiaro: il potere decisionale si è spostato dalle giurie artistiche alle strategie delle major. È un’evoluzione inevitabile dell’industria o si potrebbe tornare a un sistema più meritocratico per i brani?