Gianmatteo Il FEFF è nato e si è consolidato come una grande rassegna (più che un festival competitivo "classico" alla maniera di Venezia o Cannes), con l'obiettivo principale di aprire una finestra sul cinema popolare dell'Estremo Oriente, portando in Italia film che là hanno spesso incassi enormi ma che da noi faticano a decollare commercialmente. È vero che, nonostante quasi trent'anni di proposte (centinaia di titoli, da blockbuster hongkonghesi come Infernal Affairs a opere più autoriali), le eccezioni che hanno sfondato in sala italiana restano rarissime (Hamaguchi, qualche Park Chan-wook, Bong Joon-ho).Tu sottolinei con orgoglio il lavoro dentro al sistema, dal festival alla Tucker Film (che ne è parente stretta, come distribuzione in sala, home video e persino produzioni/on tour) e hai ragione: dal 1999 il FEFF ha contribuito a far crescere una nicchia di estimatori, ha documentato il meglio della produzione asiatica contemporanea, ha portato anteprime europee/italiane e ha influenzato anche altri (Rai4 con Freccero negli anni passati, festival tematici sparsi). Ha aiutato a superare la diffidenza culturale di esercenti terrorizzati da un Park Chan-wook o un Hamaguchi, e la Tucker ha preso molti di quei film per portarli in distribuzione. Detto questo, ti esprimo la mia frustrazione: dopo tanti anni, la formula base sembra rimasta simile, cartellone fitto di proiezioni al Teatro Nuovo e Visionario, focus sul popolare asiatico, retrospettive storiche, eventi collaterali in città e il salto verso il grande pubblico italiano non è avvenuto su larga scala. Sì, il FEFF si definisce da sempre festival del "cinema popolare dell'Estremo Oriente", con enfasi su film di incasso alto in Asia ma non necessariamente competitivi in senso festivaliero internazionale. Non ha (quasi mai) giurie esterne pesantissime, ma piuttosto una selezione curatoriale devota al "pop" asiatico contemporaneo più omaggi storici. Negli ultimi anni (2024-2025) ha mantenuto numeri solidi: 65-75 film, migliaia di spettatori (65.000 nell'edizione 2025), anteprime varie (world, international, European, Italian), premi come Gelso d'Oro votati dal pubblico. È cresciuto con Focus Asia (mercato industry dal 2025-2026, con progetti, co-produzioni Europa-Asia), scuola di giornalismo, eventi collaterali (musica, cibo, conferenze), ma resta radicato nella formula originaria. il "cambio grafico" (locandine, brochure) è visibile, ma per il resto l'evoluzione è stata graduale più che rivoluzionaria. Non sembra esserci un grande investimento in marketing moderno: influencer, youtuber, creator che parlano a Generazione Z (che adora K-drama, anime, j-horror su streaming) che potrebbero ampliare il pubblico oltre la "nicchia fedele" udinese. Il FEFF ha un buon seguito social (Instagram con 16k follower), ma non pare aver rotto con collaborazioni virali o campagne aggressive. Forse per scelta: privilegiare la qualità curatoriale e l'esperienza in sala "vecchia maniera" piuttosto che inseguire like. Però sì, dopo 27-28 edizioni, un refresh con nuovi linguaggi (panel con creator, live streaming parziali, partnership con piattaforme) potrebbe aiutare a far "spiccare il volo" a più film. Il FEFF ha fatto tanto, la formula per chi la ama resta unica e preziosa, ma capisci la rabbia di chi vuole di più: un impatto maggiore oltre i 9 giorni udinesi, più film che "prendono il volo" in sala italiana, meno "stesso copione"
Gianmatteo ancora grazie per la tua risposta dettagliata e per la passione che traspare sempre quando parli del FEFF e del lavoro di Tucker Film. Lo apprezzo sinceramente, perché so quanto impegno ci sia dietro questi 27 anni di dedizione al cinema asiatico. Come spettatore che segue il festival fin dalla primissima edizione nel 1999, non da addetto ai lavori, ma da semplice appassionato in sala, mi permetto però di dissentire su un punto centrale: il cambiamento reale, quello che si percepisce dal punto di vista del pubblico 'normale', mi sembra ancora troppo timido e parziale. Sì, ci sono stati passi avanti: dalle cuffie per la traduzione simultanea siamo passati ai sottotitoli (un'evoluzione necessaria e benvenuta), e le presentazioni sul palco sono diventate più 'internazionali', con regista o attore che parlano nella propria lingua, traduzione in inglese e un'atmosfera da grande festival. Ma proprio qui emerge il limite: il discorso resta confinato a un inglese spesso approssimativo per chi non lo mastica fluidamente, e quasi mai si fa lo sforzo di rendere accessibile il contenuto in italiano al pubblico in sala. Ci si limita a cenni di assenso col capo, come tutta la sala avesse compreso. .Risultato? Molti spettatori, subiscono la presentazione con la sensazione di aver perso pezzi importanti, o di aver assistito a un rituale 'per addetti'. Dopo quasi trent'anni in un festival italiano, in Friuli, non si potrebbe fare di più per includere davvero tutti? Poi c'è la questione della selezione e del 'dopo festival'. I film vengono scelti (giustamente) anche per il loro appeal commerciale in Asia e qui a Udine vengono applauditi calorosamente, a volte anche con standing ovation che sembrano durare oltre il dovuto. Ma una volta finite le proiezioni? Tornano nel loro paese di origine, o al massimo finiscono in qualche distribuzione di nicchia o home video. Il grande pubblico italiano non li incontra quasi mai in sala o sulle piattaforme. Nonostante k-pop, j-horror, e tutto l'interesse 'modaiole' per l'Asia, il cinema popolare asiatico resta per molti ancora Bruce Lee e Jackie Chan, o al massimo i soliti due-tre titoli cult. Il FEFF documenta devotamente il meglio da quasi trent'anni, ha moltiplicato estimatori e ispirato altri festival europei 'a tema', eppure la breccia nel mercato italiano resta strettissima. Esercenti terrorizzati da Park Chan-wook o Hamaguchi? Capisco le paure, ma dopo 27 edizioni non si potrebbe provare a cambiare narrazione, a 'spingere' di più? E qui arrivo al nodo che mi avvilisce di più: con l'avvento di streaming, social, algoritmi e creator che raggiungono milioni, perché non si è sfruttato davvero questo potenziale per allargare la partecipazione e l'impatto? Invitare influencer, youtuber specializzati in cinema asiatico, critici nazionali (non solo di nicchia), podcaster, qualcuno che possa amplificare un titolo premiato col Gelso d'Oro facendolo diventare 'il film che ha vinto il pubblico al FEFF di Udine', con clip, reel, recensioni virali, partnership per uscite in sala o piattaforme. Invece, tutto sembra fermo al 1999: si vota ancora strappando il bigliettino all'uscita (un sistema analogico in un'era digitale), la promozione dei premi resta confinata al festival e ai soliti canali, e le critiche, anche quelle fatte con affetto e da chi ama davvero l'evento, spesso vengono ignorate o sommerse dai like a chi ripete che 'tutto è perfetto'. Il problema è culturale, come dici tu, non solo cinematografico. Ma proprio per questo servirebbe più coraggio nell'aprirsi: non solo conservare e documentare, ma innovare meccaniche, coinvolgere nuovi pubblici, modernizzare strumenti, rendere i premi un trampolino reale per i film oltre Udine. Altrimenti rischiamo di restare un'oasi bella ma isolata, mentre il mondo là fuori cambia a velocità folle. Spero che questa riflessione non sembri solo polemica: viene da chi il FEFF lo vive da quasi trent'anni in sala, lo ama e vorrebbe vederlo crescere ancora di più, non solo resistere. La strada è lunga, sì, ma forse è ora di accelerare davvero. Un salkuto da uno spettatore fedele (e un po' stanco di rivedere sempre lo stesso copione)