Gianmatteo Pellizzari
oltre a lavorare per il FEFF dalla primissima edizione, caro Paolo, io lavoro per la tucker film. che del FEFF è parente stretta. insomma: conosco benissimo tutto il meccanismo operativo, sia sotto il profilo artistico sia sotto il profilo tecnico, perché ci sono letteralmente “cresciuto dentro” per quasi trent’anni. e veniamo, con i limiti della sintesi, alle tue osservazioni, alcune a fuoco e altre meno. il punto non è privilegiare il mainstream a scapito dell’arthouse: “parasite” non è un cinepanettone e certo non lo è “in the mood for love”. allora perché i due titoli che cita sempre chiunque, parlando di breccia asiatica sul mercato occidentale, sono sempre gli stessi? allora perché ancora oggi, nonostante le “cose orientali” siano diventate addirittura modaiole (pensiamo al k-pop, pensiamo al j-horror), il grande pubblico non smette di identificare il cinema popolare del “lontano est” con bruce lee e jackie chan? sto arrotondando il concetto, ovviamente, ma neppure più di tanto. “noi” il salto lo abbiamo fatto alla fine degli anni novanta, e dalla fine degli anni novanta documentiamo devotamente il meglio della produzione asiatica contemporanea, ma quanti altri hanno saputo saltare, superando la “diffidenza” e le distanze? non parlo solo degli spettatori: parlo anche degli esercenti, quasi sempre TERRORIZZATI quando si tratta di mettere in programmazione un film di park chan-wook o di hamaguchi! il FEFF, nell’arco dei decenni, ha selezionato un numero pazzesco di blockbuster (“infernal affairs”, per esempio, è poi diventato “the departed” di scorsese). e la tucker se n’è fatta portavoce (in sala e nell’homevideo). e così rai quattro (grazie a freccero). dal 1999 gli estimatori sono cresciuti a dismisura e i festival europei “a tema” si sono moltiplicati, eppure la strada sembra ancora lunga: c’è bisogno dell’aiuto di tutti, perché il problema continua a essere culturale. non cinematografico.