MUSICA

​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​
​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​
​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​
​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​





​​​​​​​Parliamo dei nostri gusti musicali


​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​
​​​​​​​
​​​​​​​​​​​​​​
​​​​​​​





​​​​​​​​​​​​​​
​​​​​​​

​​​

MUSICA
Start a New Topic 
Author
Comment
Cesare Cremonini: «Mio padre? Non sono mai andato a trovarlo al cimitero

Cesare Cremonini: «Mio padre? Non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Jovanotti mi disse: "riempirai gli stadi". L'amore? Non sono un santo ma neanche un superficiale».
Cesare Cremonini: «Mio padre? Non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Jovanotti mi disse: "riempirai gli stadi". L'amore? Non sono un santo ma neanche un superficiale».

Cesare Cremonini non si sente in credito con nessuno, «ma neanche in debito. Ho sofferto, ho lottato e ho vissuto per questo. E la ricetta per farcela l’ho scoperta cammin facendo». Al Corriere della Sera, a Walter Veltroni il cantautore bolognese racconta il suo percorso, il suo successo ma anche le cadute. Quarantaquattro anni «vissuti quasi tutti sotto i riflettori, sebbene protetto da quelli rossastri, medioevali di Bologna. Ma era quello che volevo, una vita intera nel mondo dello spettacolo, come i grandi nomi che da bambino vedevo esibirsi nei varietà del sabato sera». Guardava “Fantastico” o “Quelli della notte” «e sentivo di voler far parte di quel mondo di coreografie, orchestre e paillettes che incollavano l’Italia al teleschermo».

Gli inizi
Al Corsera ricorda «quando suonavo gratuitamente nei campi sportivi polverosi delle feste di piazza. Chiedevamo al barbiere dei paesi più sperduti di restare aperto fino a tardi per farmi da camerino». Poi un giorno andò a vederlo Roberto De Luca, presidente di Live Nation «quando ormai pensavo di non farcela. Mi disse: “Sei il più bravo che abbiamo sul palco, iniziamo da qui.” Era il 2010, avevo già trent’anni, ma decisi di tentare».

A undici anni scriveva già. A 13 anni con la sua band capìi che doveva cantare in itaiano. La sua prima canzone di cui fu orgoglioso? «Si chiamava “Vorrei”. Ero a Maratea, luogo di luci e di spettri della mia infanzia. Quella forma verbale, il condizionale usato in amore, era una parola gentile. “Vorrei” al posto di “Voglio”». A quindici anni poi l'incontro con Walter Mameli, un secondo padre per lui. Cesare portò la sua musica allo studio Double-Face quasi per caso: «Suonai e mi aprì Walter al quale consegnai il CD con le mie canzoni. Fu il primo adulto a credere in me, prima ancora dei miei genitori. Tre anni dopo ero primo in classifica con un album da un milione e mezzo di copie».

L'incontro con Jovanotti
Ma «il primo ad aprirmi una porta fu Lorenzo Jovanotti, con “Mondo” nel 2010. Mi disse:“Gli stadi un giorno saranno il tuo terreno di gioco”. Il gioro più bello lo ricorda ancora come fosse ieri: «Quando sono partito per il primo tour della mia vita con i Lùnapop, avevo 19 anni». Quel Cesare dei Lùnapop, quello con i capelli rossi, «un po' irriverente che imitava i suoi idoli glam e innervosiva i critici è qui, da qualche parte, in qualche gattabuia sotterranea della mia anima - racconta ancora al Corriere della Sera - Lo sento che urla in piena notte ogni tanto: “fatemi uscire”. Ma gli permetto di vedere la luce solo quando salgo sul palco, quando le luci di uno stadio si spengono e il boato del pubblico risuona fino alle sue orecchie. Allora, con me, c’è anche lui. Perilresto non sarebbero più tempi per tipi del genere, questi».

Poi la fine dei Lunapop e un lungo viaggio anche dentro di sè. Fino al lancio di quattro album, uno dietro l'altro e quattro tour con pochissimi paganti. «Il capo della Warner quando portai alla luce “Maggese” mi guardò con disprezzo: “Non ti paghiamo per questo”. I più giovani li avevo persi con la fine dei Lùnapop, per gli altri, non potevo avere una seconda possibilità. Ma andai avanti, album dopo album, facendo quello che secondo me era giusto. E così, a partire dal 2012 con “La teoria dei colori”, io e una nuova generazione pronta ad ascoltarmi di nuovo ci siamo incontrati».


Il padre
La sua infanzia la definisce felice. Ma «felice non significa semplice, non erano solo colori a pastello. Sono cresciuto nella bolla familiare di un padre già anziano mentre ero bambino, una madre molto più giovane di lui e un fratello maggiore con cui ho condiviso tutto». Il rapporto con sua madre? «Complicità. Già in “Padre Madre” le chiedevo “perché piangi? Non mi hai detto tu che una lacrima è un segreto?”. Ho imparato che le chaise-longue degli psichiatri sono ricoperte della pelle delle nostre madri. Per questo quando ci vediamo cerco sempre di spingerla — io, figlio — a sorridere». E suo padre? «Non sono mai andato a trovarlo al cimitero. Porto una catenina al collo che mi ha regalato prima di andarsene e a volte la stringo prima di dormire, o quando salgo sul palco. Penso che lui sia lì. Mezz’ora prima di morire mi ha guardato dal letto, era in quello stato simile al coma che precede la fine. Ha socchiuso gli occhi e ha alzato il pollice in alto, come per dire: “sempre su, Cesare”. È un gesto a cui ripenso di continuo per darmi coraggio, un gesto da bambino». Insomma un'infanzia felice, un'adolescenza anche piena di malinconia: «Ho usato, credo con coraggio, ago e filo perricucire le mie ferite».

L'amore
E l'amore, chiede ancora Walter Veltroni? «Esiste un trono vacante dentro a ognuno di noi e, giusto o sbagliato che sia, il mio è ancora libero. Non sono un santo ma nemmeno una persona superficiale nei rapporti. Costruisco e decostruisco continuamente il mio ruolo nella coppia vivendo l’amore come una forma d’arte».