L'incredibile storia dei Gipsy Kings
Intervista ad André Reyes, l'erede del famoso marchio della band, in concerto a Taormina ad agosto
Di Simona Orlando
E va bene, i Gipsy Kings sono associati all’imposta allegria dei lidi estivi e delle notti di capodanno, fanno muovere i parei e i trenini, battere i tacchi e le mani al ritmo di “Bamboléo” e “Djobi Djoba”, e poi sono ovunque, tantissimi, divisi in più gruppi, ognuno composto da padri, figli, nipoti, cugini, con visi e voci simili. Però, dietro i sessanta milioni di copie vendute, hanno una storia straordinaria che ogni tanto fa bene ricordare. La ripassiamo insieme a André Reyes, che dal 2014 si è staccato dal nucleo originale, per portare avanti il suo, la nuova generazione di re gitani, detenendo il marchio e quindi le canzoni più famose, che porterà al Teatro Antico di Taormina l’8 agosto, unica data italiana.
Si collega dalla Francia, perchè i Gipsy Kings sono francesi, anche se tutti li pensano spagnoli: «I nostri antenati venivano dall’Oriente, si stabilirono in parte in Spagna ma poi i nostri nonni fuggirono dalla Guerra Civile Spagnola e dalla dittatura di Francisco Franco e arrivarono in Francia, dove vivevano in accampamenti. La mia famiglia ha fatto qualsiasi lavoro, dalla raccolta di ferro alla vendemmia. I miei primi ricordi sono fra le vigne, con i miei fratelli che cantavano improvvisando, e la sera davanti al fuoco, con la voce benedetta di mio padre». Ovvero José Reyes, il maestro di cerimonia, personalità che colpì Miles Davis, Dalì, Cocteau e Pablo Picasso: «Picasso ci chiamava a suonare a casa sua, ci firmò anche le chitarre. Una sera fummo invitati da Charlie Chaplin, nella sua casa in Svizzera. Io ero piccolo, lui anziano. Iniziammo a cantare e lui pianse. Sua mamma era gitana come noi» ricorda André.
Ecco una storia nella storia. Quei distintivi arabeschi canori, quasi evocazioni, che ascoltiamo nel loro gipsy-pop, provengono dal “cante jondo”, in cui José Reyes eccelleva: «Il canto profondo è un canto molto privato, molto doloroso. Dentro c’è la nostra storia millenaria, ecco perchè per noi le canzoni sono tutto» ci spiega. In effetti, se uno è costretto spostarsi di continuo in carovana, non può portarsi dietro i libri e nemmeno frequentare la scuola. Le storie di famiglia, le tradizioni, si devono per forza tramandare oralmente. Chi è perennemente in viaggio ritrova le sue radici nella musica, che non si può sgomberare. Solo andando indietro nei secoli, si comprende perchè oggi persino a Dubai impazziscano per i Gispy Kings. Qualcosa risuona. I gitani hanno vissuto fra mori, ebrei, andalusi, condiviso il lamento dei perseguitati (anche nei campi di concentramento) e assorbito ogni influenza al passaggio «Poi però abbiamo mischiato quel canto di sofferenza alla rumba flamenca, più allegra, con l’atteggiamento positivo nei confronti della vita, ed è diventato il nostro stile» dice André.
Tutto questo accadeva prima dell’incontro con Brigitte Bardot. Parliamo di quando si chiamavano Los Reyes e facevano musica non per mestiere: «Tutti i gitani ballano, cantano e suonano. Io canto la mattina in giardino, mentre guido, sempre. I nostri figli nascono con la chitarra in mano. Ogni anno i gitani di tutto il mondo si riuniscono in Camargue, per la festa della nostra patrona Santa Sara. Dopo aver messo la statua in acqua, facciamo tre giorni di festa. Nacque lì, dopo il pellegrinaggio, la prima idea di gruppo».
Si unirono fratelli e cugini, provenienti dalle famiglie Baliardo e Reyes, da Montpellier e da Arles, destinazione Costa Azzurra. Erano gli anni ’70 e suonavano sul lungomare e nei ristoranti. A St. Tropez, li intercettò la Bardot. Li invitò a cena, li raggiunse nell’accampamento per ballare. Da quel momento, tutto cambia. I miliardari li ingaggiano per le feste private, ed è una specie di corto circuito: il clan di gitani passa dai camper ai jet, dai margini alle terrazze di lusso. Il primo disco arriva nel 1982, “Allegrìa”, il successo internazionale nel 1987, spezzando il monopolio della musica angloamericana: «Il nostro era uno stile inedito» sottolinea André «Non flamenco puro, ma una fusione di generi che non esisteva eppure veniva compresa da tutti». A quest’ibrido deve parecchio Rosalìa «con la quale ci piacerebbe davvero collaborare».
E di collaborazioni e cover customizzate abbonda la carriera dei Gipsy Kings. A partire da “Volare”: «Conoscemmo Massimo Modugno, il figlio di Domenico, e chiedemmo il permesso di rifarla. Sta sempre in scaletta. Dagli Stati Uniti al Giappone vediamo persone felici, gente anche malata che si alza in piedi per ballare». Poi la loro versione di “My Way”, “Hay un amigo en mí” per “Toy Story” della Pixar, “Hotel Califonia” per “Il grande Lebowski”, che accompagna il bowler a tinte viola Jesus Quintana. Poi i duetti con Joan Baez, Goran Bregović, Ziggy Marley, Paco de Lucìa: «E con Eric Clapton, però in privato. Noi non parliamo inglese, allora a cena abbiamo preso le chitarre e suonato insieme».
Quattro i tour mondiali, poi la scissione una decina di anni fa: «La famiglia cresce e ognuno forma il suo clan, fa il suo tour. Poi a maggio ci rincontriamo tutti al pellegrinaggio di Santa Sara» dice Andrés, che per l’anno prossimo sta organizzando “Gipsy Kings sinfónico”, con un’orchestra di 45 elementi. In pratica, più che dividersi, il gruppo si moltiplica e così si garantisce l’immortalità. Trenini di capodanno, parei danzanti e spagnolate per decenni a venire. Olè. Avanti con questa gioia di vivere che per i disillusi è incomprensibile, quasi inopportuna. Eppure, i Gipsy Kings hanno dato più di una lezione. Se la polizia, invece dei documenti, chiede loro gli autografi, se la gente, invece di cacciarli, li ferma per strada, allora hanno contribuito ad abbattere qualche pregiudizio. Andrè ride: «Anche se la gente non ci voleva bene, noi volevamo bene alla gente. Non ci importa quello che dicono. Noi continuiamo a portare la musica in giro senza barriere». Pam, pam, pam pa pam (citazione di Brunori Sas).