MUSICA

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​​​​​​​Parliamo dei nostri gusti musicali


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MUSICA
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I Negramaro incantano i 40mila di San Siro: sul palco anche Elisa e i Sud Sound System

Chi non fa non falla, dice il proverbio, e i Negramaro fanno, eccome. Di conseguenza nel loro concerto a San Siro non proprio tutto è perfetto, ma anche le imperfezioni sono il segno della passione che il sestetto pugliese mette in tutto quel che fa ("da veri terroni orgogliosi di esserlo", ride il cantante Giuliano Sangiorgi). C'è tanto dentro, forse anche troppo, perché i Negramaro tanto sono, forse anche troppo: rockettari, intimisti, cantautorali, elettronici, acustici, carne, pesce, verdura, frutta, pane e companatico.

Ma in questo tanto, parecchio è azzeccato. Azzeccata fu ad esempio la scelta, cinque anni fa, di sbarcare allo stadio di Milano dopo piazze, teatri, club e palazzetti: arrivarono 42mila persone. Stavolta sono anche di più, dice Giuliano. Probabile che siano meno di 40mila. Ma il numero degli spettatori conta poco. Conta che se ne escano estasiati: d'altronde godrebbero anche se Sangiorgi cantasse l'elenco del telefono, ammirevoli per passione e resistenza sotto il sole giaguaro del pomeriggio milanese.

San Siro nel 2008 era stata un po' una scommessa ("anzi, proprio una follia, che fu bello fare esplodere") per una band che si era rivelata appena nel 2005. Quella fu la festa dei cinque anni di attività, adesso siamo al decennale. Anniversario celebrato in inverno con l'antologia ricca di inediti Una storia semplice, e adesso con due date negli stadi: dopo quella milanese si replica martedì 16 all'Olimpico di Roma. Una festa come allora, con tanti ospiti, inevitabile per una band che ha fatto dell'arte dell'incontro in musica quasi uno stile di vita. Allora furono Jovanotti, Mauro Pagani, Marlon Roudette dei Mattafix e Solis String Quartet. Stavolta sono tra gli altri Elisa e i Sud Sound System.

Ma l'inizio è in solitaria: i sei compaiono all'improvviso da un palchetto in mezzo al prato e scagliano sulla folla le prime bombe: Estate, Immenso e Meraviglioso, "canzoni con potere comunicativo, per rispondere all'energia del pubblico con la nostra". Un inizio un poco stentato, nel senso che gli strumenti e la voce avrebbero probabilmente bisogno di una partenza meno a razzo per scaldarsi.

Ma il ritmo è così veloce che non c'è tempo per pensarci. Lungo una passerella ovale che contiene nel mezzo qualche migliaio di fan - quasi un modo quasi di ricambiarne l'abbraccio abbracciandoli a loro volta - i Negramaro corrono sul palco principale, che nel maxischermo centrale ripropone mille esagoni e le sei sfere colorate che sono la copertina di Una storia semplice. Sei come loro, gruppo vero e non solo band. Alcune telecamere inquadrano e proiettano negli schermi laterali alcuni primissimi piani dei sei, dettagli così stretti da far pensare che la regia sia di Paolo Beldì. Loro intanto continuano col rock di Ti è mai successo?, La giostra, Nuvole e lenzuola. Su questa canzone qualcosa si guasta nell'elettronica e la musica si ferma. Giuliano non si deprime, anzi improvvisa alla grande: "Visto? Non è tv questa" e fa cantare il pubblico a cappella finché il problema non si risolve e il suono riparte.

Il vero trionfo arriva per Via le mani dagli occhi. Perché la voce di Giuliano è finalmente calda e perché arrivano i Sud Sound System, salentini come loro (tra il pubblico sventola una bandiera del Lecce calcio), rivoluzionari della musica italiana una ventina d'anni fa, "e per questo li abbiamo invitati". E il loro raggamuffin che mescola vari testi dei Negramaro è una sferzata di energia che aumenta vieppiù quando si aggiunge il dj Big Fish e assieme propongono Una storia semplice che l'ex beatmaker dei Sottotono ha appena remixato in versione dub step (non esaltante, se si può dire).

Serve una pausa per le orecchie e per i corpi, sfiancati dal troppo saltare e gridare, ed ecco gli archi e il flauto del Gnu Quartet a foderare di velluto Io non lascio traccia, Un passo indietro, Solo tre minuti e Cade la pioggia, in suadenti versioni intimistiche ottime per i gorgheggi della voce di Giuliano, che ne è maestro fino al manierismo. Poi, mentre si fa sera, per Sole e Gommapiuma arriva il sassofonista Raffaele Casarano con gli ottoni del quintetto Salento Trumpet Session (i Negramaro promuovono sempre la loro terra in un modo da fare invidia a un assessorato al Turismo, e d'altronde hanno anche scelto di chiamarsi come un vino della zona).

Buona idea, ma i suoni sono così diversi che non si mescolano alla perfezione. Molto meglio va con la vera guest star, Elisa, fresca di parto eppure in forma smagliante (d'altronde, dopo il secondo figlio, a mesi sfornerà anche il nuovo disco, L'anima vola). Di notevole fascino per la mescolanza di due voci così espressive ed estese, la sua e quella di Giuliano, i duetti in Basta così (funestato da problemi di acustica) e soprattutto Ti vorrei sollevare.

Ultimi ospiti, stranamente non leccesi, i napoletani Capone & Bungt Bangt, quintetto che suona bidoni della monnezza tubi, vecchie pentole, secchi, utensili, bombole. La dimostrazione che la musica ha una propria forza che va oltre la qualità degli strumenti con cui la si esegue: anche così Mentre tutto scorre resta un capolavoro di scrittura e di ritmo che fa impazzire San Siro.

La musica cambia come cambiano i vestiti della band, tutti di Armani: dai colori verdi e bordeaux dell'inizio al nero di smoking e frac fino alla pelle delle giacchine rock del finale. Giuliano ci sguazza dentro mentre salta come un grillo lungo tutta la passerella e incita il pubblico, che per altro è già tonico di suo. Finale con cinque bis, tra cui l'ultima botta di energia, È tanto che dormo e Una storia semplice che termina il tutto giusto giusto alle 23.30, l'orario-ghigliottina di San Siro, oltre il quale i concerti diventano illegali per motivi di decibel e di residenti incattiviti da anni di frastuono. Non si fosse cominciato tre minuti prima delle 21, sarebbero stati guai. Così, mentre risuona Meraviglioso (ma quella di Modugno) e scorrono i titoli di coda, come in un film, i Negramaro e i loro ospiti possono fare una passerella finale. Come in Otto e ½ o il Maurizio Costanzo Show.

Luigi Bolognini

www.repubblica.it