Fischi, insulti e bottiglie lanciate sul palco. Motivo? Ritardi, soltanto 40 minuti di concerto
e troppi sermoni
La folla imbufalita getta sul palco bottigliette d’acqua (vuote, per fortuna) e improvvisa cori: «Rem-bourser!» e «Sa-lo-pe!». Della prima parola non c’è bisogno di fornire la traduzione, della seconda è meglio non farlo. Diciamo che se fossimo in un drammone ottocentesco sarebbe «sgualdrina».
Non è il remake della Rivoluzione francese ma il finale del concerto di Madonna giovedì all’Olympia. E i tumultuanti sono i madonnari puri e duri, gente che segue miss Ciccone da quando era ancora una material girl e non una signora bene, un pubblico di fedelissimi che si è già fatto molte tappe del tour «MDNA» e per essere proprio sotto il palco ha dormito all’aperto, davanti al Tempio parigino della canzone. Eppure rumoreggia e inveisce. Incredibile ma vero: come se la Vecchia Guardia fischiasse Napoleone. Colpa di un concerto-beffa in cui Madonna si è fatta aspettare per due ore e ha cantanto per 40 minuti. E che l’abbia anche fatto bene, a questo punto, diventa del tutto secondario per 2.700 persone che si sentono pesantemente prese per il beep!.
Che la serata non butti bene lo si capisce già da come comincia, in teoria alle 21. Ma, una volta superato lo sbarramento di un gruppo di armadi con le gambe e perfino una perquisizione, si scopre che Madonna non sarà ostensa almeno fino alle 22. Per noi plebe in piedi in platea, pigiati come sardine in una serata molto calda e fra i francesi che hanno un rapporto contraddittorio con i deodoranti, l’attesa è dura. Però il pubblico, a parte i soliti noti come lo 007 pensionato Pierce Brosnan, è uno spettacolo. Predominano due tipi umani: o le madonnare vestite come replicanti dell’Idolo nelle sue varie metamorfosi o giovan signori molto metrosexual con una percentuale tale di gay che sembra di stare all’Opéra, del resto poco lontana. Si porta molto il ventaglio (soprattutto fra i maschietti) e in certi momenti uno si chiede se non è per caso finito a Siviglia.
Alle 22.13 inizia la musica, registrata. Però ancora non si vede nessuno in carne e ossa. Alle 22.18, un signore italiano in bermuda verdi a sud-ovest dal mio metro quadrato si fa riconoscere: «Grandissima mignotta, quando inizi?». Alle 22.40, inizia a rumoreggiare anche la folla indigena. Alle 22.46, finalmente, arriva lei truccata da giovane, dark lady tutta di nero vestita con basco, gonna e stivale sadomaso. Ed è subito delirio. Lo spettacolo, diciamolo, vale. La musica sembra insulsa (ma chi scrive sta al pop come Raffaele Lombardo a Quintino Sella), tutto il resto è semplicemente perfetto. Luci, scenografie, ballerini, suono: un Gesamtkunstwerk che è il trionfo della più impeccabile professionalità yankee, roba da Broadway o Hollywood dei gran giorni. Purtroppo però gratti l’americano e trovi il missionario, quindi fra un numero e l’altro Madonna non rinuncia a un confuso pistolotto sulla Francia in cui l’unica cosa che dimostra è di non conoscerla. «Sono una rivoluzionaria, come Napoleone» (sic!), poi omaggia il Paese «che ha aperto le braccia alle minoranze» e dato i natali a un po’ di suoi miti come Serge Gainsbourg, Alain Delon, Jeanne Moreau. Risponde anche a Marine Le Pen: «So di aver fatto arrabbiare una certa Le Pen per aver accostato il suo viso a una svastica durante un mio concerto. Ma non voglio farmi nemici». Poi, evangelica: «Quando volete puntare il dito contro qualcuno per biasimare i vostri problemi, puntatelo contro di voi».
Insomma, dieci minuti di bla-bla che non fanno male a nessuno ma nemmeno tanto bene allo show. Per il resto, però, chapeau. A 53 anni, la signora è ancora lì che balla, canta, corre, salta, si dimena e si spoglia. E che eleganza, poi. Lo show è una serie di «quadri» da commedia musicale storica, le citazioni sono perfette, il bianco e nero di Vogue fenomenale per la precisione millimetrica e calligrafica dei ballerini. C’è perfino posto per una citazione del tuca-tuca (in fin dei conti, Madonna è una Carrà global), con un muscoloso seminudo tuca-tucato come l’Enzo Paolo Turchi del tempo che fu. La novità rispetto al tour, spiegano i madonnologi, è Je t’aime moi non plus , leggermente stonata ma risolta come un gioco erotico con un altro toyboy prima legato a una sedia e poi liquidato con un colpo di pistola (e di scena) in bocca.
A questo punto sono passati 50 minuti, sproloquio compreso. Madonna sparisce in quinta e la gente rimane perplessa. Il sudato di fianco a me è il primo a rendersi conto che qualcosa non quadra: «Non sarà finito, vero?». In quel momento si riaccendono le luci, i macchinisti iniziano a portare via gli strumenti e tutti capiscono di aver pagato dagli 80 euro in su per sette canzoni. Scoppia l’inferno, fra urla di «arnaque!», fregatura, ed «escroquerie!», truffa. Eh, sì. Che peccato, aver lasciato a casa la ghigliottina prêt-à-porter.