Musica e sorrisi: note dolcissime per Fabi e il ricordo di Olivia
Musica e sorrisi: note dolcissime per Fabi e il ricordo di Olivia
di Daniela Amenta
C'è da camminare sotto un cielo strano metà sole a picco e metà nuvole nere gonfissime. Da camminare tra sbuffi di vento che scompigliano i pensieri e i capelli. Camminare assieme a migliaia d'altri, freakettoni e punk, ragazzette coi tacchi alti improbabili e famigliole post rock, tra gli hooligani del piercing e della svisata e i devotissimi fan di Baglioni, Jovanotti e vattelapesca. Un serpentone colorato che s'inerpica, cerca parcheggio, chiede indicazioni ai vigili che s'affannano con le palette. «Di qua, di là». Roma non è così distante ma sembra un altro pianeta mentre le lucertole si nascondono ad ogni «grattata» di chitare elettriche, ad ogni decibel di troppo. La musica, adesso, è vicinissima. A un passo. Un altro passo per Lulùbella, nel nome di Lulù.
Il palco è al centro di un prato gigantesco, Woodstock de 'noantri. E quando arrivi alla festa di Lulùbella che ieri avrebbe compiuto due anni, lo capisci perché i suoi genitori hanno voluto tutto questo. E proprio qui, nella valle del Treja dove l'aria sa di erba, cascate e cavalli, dove il cielo si vede per intero, quasi convesso, piegato su questa bella gente che sorride. Sorride anche Niccolò Fabi, stremato, coi capelli più bianchi. Dicono che certi dolori tolgano le parole, le cristallizzino dentro, le trasformino in cocci di vetro spessi, acuminati.
Niccolò ha messo le ali alle parole, le ha fatte volare come palloncini, farfalle, stelle filanti, coriandoli fosforescenti. Il 4 luglio Olivia, detta Lulùbella, se n'è andata per una meningite fulminante. «Non condividere una tragedia come quella che ci è accaduta rende pazzi. Io sono fortunato - racconta Fabi - ho il conforto della musica, dei miei amici, di tutti voi». Il prato si riempie. Passano le ore e si riempie di facce, sandali, pagliette, cani. Ed è un fiume pacifico. Lulù ha ora le orecchie calde di un bambino che corre mentre Roy Paci soffia dentro la tromba, Lulù balla assieme a Paolo Belli e Marina Rei, canta con la voce profonda di Fiorella Mannoia, Elisa e Cristina Donà, sorride col sorriso obliquo di Samuele Bersani e Max Gazzè, gioca con la chitarra come Daniele Silvestri e Manuel Agnelli.
Le parole per dirlo sono apparecchiate tra il palco e un agriturismo nella valle di Treja, luogo perfetto. «Un posto di pace. Quando ci siamo rifugiati qui mi è sembrato tutto più sopportabile», dice Niccolò. «C'è un grande prato verde, dove nascono speranze», ecco. Eccolo qui. Arrivano Morandi, Baglioni. Ci sono tutti per il compleanno di Lulùbella. Tutti. Un tam-tam lieve diventato un rombo, un filo rosso d’amore grande come un’onda, un’onda che si trasforma in mare calmo, finalmente. Arrivano ancora, adesso che il sole è tramontato. Vien voglia di cantare un vecchio pezzo del Banco: «Da qui messere si domina la valle. Ciò che si vede è». Ciò che si vede è una moltitudine pacifica e un po’ commossa, a tratti. Un concertone senza steccati, senza scaletta dove s’improvvisano session irripetibili e la gente si abbraccia, come se abbracciasse Niccolò e Shirin Amini, la mamma di Lulùbella. Festa niente affatto mesta, però, dove non c’è spazio per la paura e il dolore ha forme gentili, morbide. Una nostalgia più che un morso al cuore, una tenerezza ora che il cielo si fa nero. Una malinconia e un motivo importante per sopravvivere. Sessantamila euro di speranza da raccogliere, da donare all'ospedale di Chiulo, unica struttura della provincia del Kunene, sud dell’Angola.
Qui, ogni 1.000 nati 17 madri muoiono dando alla luce i loro figli e 26 bambini su 100 non arrivano ai 5 anni di età. Per questo pezzo di mondo lontano si canta stanotte e si usano le Parole di Lulù. «Perché Parole che fanno bene - spiega Niccolò - era la sua canzone preferita». E le parole scaldano i pensieri, fanno raccontare storie che diventano ninne-nanne elettriche, accendono la luce, accendono gli amplificatori, sparano al vento elettricità e note. Una cascata di note. Parole lanciate «nel mare con un motivo ed un salvagente che semplicemente fa il suo dovere, una parola che non affonda che magari genera un'onda che increspa il piattume e lava il letame».
Arrivano ancora e ancora: Jovanotti, Boosta, Rita Marcotulli, Tosca, Alberto Fortis, Enrico Ruggeri, Neri Marcorè. Arrivano nel nome di Lulù e delle Lulù d’Africa che non hanno mai visto tanti palloncini salire così in alto, fino alla luna. È una festa dove se scappa una furtiva lacrima se la beve la terra. Attesa e inaspettata come quella canzone di Fabi che ronza in testa, quel presagio terribile: «Devi toglierti dal centro, devi farti spazio dentro e poi dividere l'inutile da ciò che è necessario». Ciò che è necessario sono parole, stanotte. Parole d’amore. Che luccicano.