Beatles, la Top Ten di Rolling Stone (ma li avranno mai ascoltati?)
Le dieci migliori canzoni dei Beatles
Secondo Rolling Stone Usa
1. A Day in the Life
2. I Want to Hold Your Hand
3. Strawberry Fields Forever
4. Yesterday
5. In My Life
6. Something
7. Hey Jude
8. Let It Be
9. Come Together
10. While My Guitar Gently Weeps
Sarà davvero che le classifiche sono un fenomeno estivo per perdere tempo. Ma quella che fa discutere in questi giorni - le dieci migliori canzoni dei Beatles - esce da un quindicinale di provata e storica esperienza in campo musicale, Rolling Stone, in una edizione speciale da collezione tutta sui Fab Four. Il problema è che questa Top Ten è a dir poco stravagante, manca di (quasi) tutti i caposaldi del gruppo, e indica come canzone più bella in assoluto «A Day in The Life», che onestamente avrà pure una melodia accattivante, ma è lungi dal poter esser considerata «Il» capolavoro; se poi si guarda al n.2, «I Want to Hold Your Hand», siamo sempre nel campo delle cose gradevoli, senza però strapparci i capelli; almeno, al n.3. e al 4 «Strawberry Fields» e «Yesterday» (certo un po' consumate dall'uso) già rientrano fra le indimenticabili, come pure la più nascosta «In My Life» al quinto posto, seguita da «Something» una delicata prova d'autore di George Harrison che ritroviamo pure al decimo posto con «While My Guitar Gently Weeps».
La sospetta presenza di Harrison come autore, ci fa intuire che trattasi di una classifica «politica», con pretese onnivore, che mette in fila i tre autori della mitica band: come si sa, nei Beatles chi cantava la parte principale del testo era senza dubbio l'autore del brano, e a far i conti in questo elenco ci ritroviamo in un equilibrio che farebbe invidia a Montecitorio. La trionfatrice «A Day in the life» è cantata da Lennon-McCartney, prova provata che la scrissero davvero lavorando insieme (e chissà se il primo posto è un omaggio indiscriminato agli autori). Ma seguendo il ragionamento, ci sono nella Top Ten quattro canzoni cantate da Lennon (e dunque di Lennon: la n.2, la 3, la 5 e la 9 «Come Together»), seguite da tre di McCartney (la 4, la 7 «Hey Jude» e la 8 «Let it Be») e due appunto di George Harrison. Meglio, un manuale Cencelli non avrebbe saputo fare: più che un omaggio all'arte dei Fab Four, l'elenco è un tributo alla loro storia intera e alle loro personalità; non a caso manca del tutto il povero Ringo Starr, che cantò solo in «Yellow Submarine».
Ciascuno di noi avrebbe potuto aggiungere - senza sfigurare - qualche titolo migliore dei prescelti, fra i più di duecento che hanno segnato la carriera dei Liverpoodiani: in un periodo di tempo alquanto breve, durato dal 1962 al 1969, ma che segnò il mutamento culturale che rese irresistibili i Sessanta, anche perché essi incisero immediatamente sulla propria epoca nel costume e negli stili di vita. Cosa impensabile oggi.
L'impressione è che, da quella storia breve e cruciale, i compilatori della classifica abbiano estratto brani per ogni periodo, da quello fresco e frizzante dei primi tempi, di «I Want to Hold Your Hands» (ma allora non era meglio «She Loves You»?), al più complesso periodo di mezzo di «A Day in the Life», fino alla parabola un poco decadente di «Let it Be». Comunque sia, ci sarà da discutere per anni (e bisogna riscriverla da capo, questa classifica).
Marinella Venegoni
www.lastampa.it
Morgan: "Quant'è bruttina Let It Be" - Franco Battiato sulla Top Ten di Rolling Stone: "I Want to hold your hand, una canzoncina per lavarsi i denti"
«Ancora tutta questa attenzione sui Beatles? Ne hanno avute tante di gratificazioni, loro. "Rolling Stone" poteva anche puntare su qualcosa non così mainstream: i Beatles camminan da soli, così tanto che non son neanche su i-Tunes, non hanno così bisogno. Anche se li amo molto». Seduto come sempre al pianoforte, il cellulare incollato all'orecchio e le mani sulla tastiera, Morgan inanella mille melodie beatlesiane ascoltando la Top Ten di Rolling Stone Usa sulle miglior canzoni dei Fab Four.
«Posso esser d'accordo su "In My Life", il resto è tutto opinabile. Hanno fatto un lavoro politically correct, mettendo tutti e tre gli autori, anche Harrison ha fatto cose belle, se pure sempre un po' imitative. I Beatles sono stati tanto sentiti e abusati, io penso piuttosto a canzoni particolari: nel White Album ce n'erano di molto belle, tipo "Happiness is a Warm Gun", oppure c'è "Because". Penso anche a "If I Fell" o "I'm Only Sleeping", un po' meno conosciute, sarà una mia deformazione».
Dolenti note su «Let It Be»: «E' bruttina rispetto alle altre, quando comincia a risuonare tra le folle le note sono quelle di "Hey Jude". Non c'è paragone con "Maybe I'm Amazed". McCartney in "Revolver" ha scritto "For No One", un fiore armonico rarissimo. Lo amo quando è più di nicchia, McCartney, è un grande compositore ancora oggi».
Ma lei, Morgan, le sa tutte...«Praticamente sì, i Beatles sono come la pastasciutta, una cosa normale. Poi erano anche l'unico nome sul quale mio madre e mio papà andavano d'accordo. E ancora sono vari, per tutti i gusti, dalla compilation strappalacrime al rock'n'roll».
Franco Battiato comincia a sussurrare «Ahi ahi» al primo titolo della classifica beatlesiana, «A Day in the Life», un numero uno che non ha stupito solamente lui. Poi commenta: «Ne hanno azzeccate un paio, che di meno non potevano. In queste dieci non ci sono le più belle, se non "Yesterday" e "Strawberry Field". Ne mancano una cifra, per dire, "Penny Lane" e cose del genere, anche più interessanti musicalmente, come "The Long and Winding Road"; e "I Want to Hold Your Hand" è veramente troppo facile, debbo dirlo: una canzoncina per quando si lavano i denti».
Ma poi, per l'eclettico artista siciliano, è l'idea stessa di compilare una classifica, a non stare in piedi: «Il problema è che noi siamo mutevoli, ciò che piace in un'epoca, subito dopo non piace più».
Ma allora, perché ci si continua a cimentare in questo esercizio, in verità un po' sterile? «Non sarà una cosa creata per riempire, risvegliare, fatta per manovre d'ufficio, per ragioni strategiche? A tutte le persone che conosco, delle classifiche non importa proprio niente. Poi tenga conto che siamo in estate, bisogna riempire le pagine, siamo in preda alla globalizzazione che ci costringe a condividere queste idee».
Se le facessero una classifica delle sue canzoni migliori, lei si arrabbierebbe? «Ma non m'importa nulla, è una cosa molta americana e punto. Nelle cose d'arte, le classifiche non si possono fare.
Quando hai una rosa di canzoni meravigliose, una non può esser meglio di un'altra, sarà un'altra cosa: e io le voglio tutte. Non ha senso: una canzone non è la totalità delle emozioni, manca sempre almeno una piccola parte perché si riempia il ventaglio delle possibilità».
Marinella Venegoni
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