Per un vezzo mai perduto, Lei non sarà contenta, che ci si ricordi del suo compleanno. Eppure, tacere non si può, perché della canzone italiana del Novecento resta una delle poche regine indiscusse. Nilla Pizzi, ragazza del '19 nata a Sant'Agata Bolognese, ha compiuto ieri 90 anni: li avrà festeggiati nella sua casa di Bologna, dove passa la maggior parte del tempo dopo il danno circolatorio di cui è stata vittima tre anni fa. Ma esce sempre molto volentieri: l'ho vista qualche tempo fa a una premiazione, tailleur blu, capelli rossi ad ampi riccioli, occhialoni sfumati; nessuno le avrebbe dato nemmeno 80 anni. La sua civetteria ha sempre puntato al mistero dell'età; nei molti incontri, anche casuali, che abbiamo avuto negli Anni Novanta, quando girava per le televisioni emiliane e romagnole a fare l'ospite d'onore fra un tour in Canada e uno in Argentina, mai si poteva affrontare l'argomento anagrafico. Anzi, in aprile di solito spariva, per evitare il rischio delle domande e degli auguri.
Nilla, la «signora della canzone» per antonomasia, ha appeso i guantoni al chiodo, forzatamente, solo tre anni fa. Si ammalò mentre preparava uno spettacolo itinerante estivo con Platinette. Ecco, una che a 87 anni mette su, senza pensarci troppo, un tour con il più celebre travestito italiano, è già un tipo speciale: e Nilla (vero nome Adonilla) un tipo speciale lo è sempre stata. «Dormo poco, e solo con la radio accesa, a patto che non ci sia musica. Dunque mi addormento sempre con Radio radicale», mi raccontava per spiegarmi anche le sue passioni politiche. Alla sua furia arietina, e al desiderio di uscire a tutti i costi dalla pur ricca e grassa provincia bolognese che comunque le stava stretta, si deve innanzitutto una carriera vissuta davvero ai primi piani della musica leggera, dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli Anni Sessanta (quando si mette in gioco al Cantagiro e al Disco per l'Estate) e oltre, quando s'impegna a fondo nella conservazione di un'icona sempre irresistibile per la sua generazione.
A fare la differenza rispetto alle colleghe dell'epoca, nei 40-50, c'è una voce che ancora oggi suonerebbe moderna, non squillante, non argentina come quella di molte sue colleghe che riempivano il firmamento di quell'epoca ruggente: il timbro scuro, la duttilità, la sensualità con la quale impasta le canzoni, ne fanno una interprete controtendenza rispetto alle regole e ai costumi dell'epoca.
Ma la Nilla che si piazza sicura sul palcoscenico del primo Festival di Sanremo, nel gennaio del 1951, e stravince subito con «Grazie dei fiori», è anche una gran bella donna, procace, sensuale. Una donna che si è tignosamente svincolata dalla schiavitù della povertà, dopo aver detto addio al marito (Pizzi) partito per la guerra, e aver debuttato negli spettacoli per le Forze Armate. Ha scalato i palcoscenici vincendo nel '42 un concorso per voci nuove dell'Eiar, è maturata nelle esibizioni alla radio. Si è liberata dei capelli crespi e delle spalle larghe, e si può permettere vestiti per l'epoca audaci, in una società ancora molto chiusa e provinciale, fatta di ragazze per bene che tengono gli occhi bassi e le mezze maniche. Lei, invece, sta ben attenta a dove li mette, gli occhi: e nel mondo della musica leggera fa autentica strage di cuori. Cadono ai suoi piedi il Brad Pitt del momento, Achille Togliani, e non se la lascia scappare il suo direttore d'orchestra Cinico Angelini (brutto e bravo quanto Woody Allen), mentre Gino Latilla, quando lei lo lascia perché invaghita ormai di un altro, tenta addirittura il suicidio, prima di consolarsi fra le braccia di una assai più rassicurante Carla Boni. Ma, fra un amore e l'altro, la canzone sta al primo posto, e sempre lo sarà: nascono a Sanremo pure «Vola Colomba», «Papaveri e Papere», «Una donna prega», e più tardi «L'edera». Il primo fansclub italiano che si ricordi è proprio in nome suo, a Torino, e si chiama «Il salottino di Nilla».
Indimenticato protagonista di pomeriggi Rai soffici e garbati (mai abbastanza rimpianti oggi che quelle ore televisive sono un festival di sgallettate) Paolo Limiti che ha seguito da testimone attento le vicende artistiche degli anni d'oro di Nilla Pizzi, ricorda che in tutto il periodo che precedette l'avvento delle tv, le fattezze dei cantanti non erano poi così familiari al pubblico italiano, ancora appeso alla radio: «Nilla era una delle poche star che apparivano sulle riviste. I fans si scambiavano le cosiddette "cartonille", cartoline con la sua figura; fece anche cinema, partecipando a "Ci vediamo in galleria", che fu il primo film di Sophia Loren». Limiti non ha neanche un dubbio nell'affermare che Nilla, insieme con Mina, è stata protagonista di primo piano nella musica del secolo scorso. «Quando ci fu l'ultima puntata della mia trasmissione - ricorda - pianse, e disse: qui finisce la mia vita». Auguri, Nilla, di mille vite ancora (e ci scusi se abbiamo svelato il segreto).