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Alessandra Amoroso è l’ultima Mohicana del pop pre-indie

Alessandra Amoroso è l’ultima Mohicana del pop pre-indie
Sul palco è una macchina da guerra. E rivendica la sua coerenza e il suo coraggio. La recensione.

Di Mattia Marzi

L’interprete delle ballatone classiche e tradizionali si toglie i tacchi, li lancia sotto una sedia e si scatena sulla pista da ballo, trasformando il palasport in una gigantesca discoteca alla quale manca solo la sfera specchiata appesa al soffitto. Non c’è solo questo, però. Tra le righe del concerto si nasconde una chiave di lettura più profonda, oltre la cronaca spicciola del presente di Alessandra Amoroso da diva della dance pop che nel singolo “Camera 209” cita pure “Point of view” dei DB Boulevard, successo eurodance dei primi Anni Duemila ballatissimo anche all’estero: l’intero show è una celebrazione del mondo ultrapop della cantante salentina.

Che non è poi così inconsistente e frivolo. Non tanto perché poggia su una solidissima base fatta degli oltre 40 Dischi di platino che ha collezionato tra dischi e singoli come “Immobile”, “Stupida”, “Estranei a partire da ieri”, “Senza nuvole”, “Amore puro” e “Sul ciglio senza far rumore” in questi quattordici anni trascorsi da quando ha vinto il talent più popolare della tv italiana (ancora oggi, sul palco, ringrazia la sua “seconda mamma” – si legge Maria De Filippi). Ma perché tra rime baciate e melodie appiccicose non manca di ambire a una forma di responsabilità, veicolando a modo suo dei messaggi anche di grande attualità, vicini al suo mondo e a quello della sua comunità: dall’accettazione di sé stessi al cyberbullismo, passando per la violenza domestica e l’amore universale. “Il mio intento è sempre stato quello di portare amore e entusiasmo a trecentosessanta gradi, sempre e comunque. Alla Sandrina maniera – spiega lei, rivolgendosi a quei fan che sono cresciuti insieme a lei, e magari nel frattempo si sono pure sposati e sono diventati genitori – ho sempre avuto il bisogno, la necessità e la voglia di raccontarmi a voi, che avete sempre avuto questa propensione alla comprensione e alla condivisione”.

L’altra chiave di lettura Alessandra Amoroso ce la suggerisce appena nel cuore esatto del suo concerto, quando passa in rassegna uno dopo l’altro i suoi classici.

Da “Estranei a partire da ieri” a “Senza nuvole”, passando per “Segreto”, “Stella incantevole”, “Stupida”, ma anche “Amore puro” e “Difendimi per sempre” (a rappresentare l’album che nel 2013, quattro anni dopo il talent, la vide diventare grande sotto l’ala protettiva di Tiziano Ferro a Los Angeles), cantate tutte all’unisono con i fan nel parterre trasformato platea con i posti a sedere e quelli seduti tutt’intorno sugli spalti del Palazzo dello Sport di Roma all’improvviso lo show si trasforma in un revival bell’e buono del pop italiano degli anni a cavallo tra i Duemila e i Duemiladieci. Che ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, di quanto quel pop, negli ultimi anni tanto bistrattato – anche in modo piuttosto violento, soprattutto da certi esponenti del circuito rap, a rivendicare il sorpasso avvenuto nei numeri sulle piattaforme e nelle classifiche di vendita – fosse più autentico, genuino e vero del nuovo, così algoritmico, cerebrale e marchettaro da rivelarsi paradossalmente più omologato e omologante del vecchio. Della serie: si stava meglio quando si stava peggio.

Sul palco, accompagnata dalla band composta da Davide Pieralisi, Alessandro Magnalesche e Davide Aru alle chitarre (quest’ultimo è anche direttore artistico del tour), Ronny Aglietti al basso, Dado Pecchioli alla batteria, Roberto Bassi alle tastiere, Luciana Vaona e Pamela Scarponi ai cori, la popstar è una macchina da guerra, che non si ferma praticamente mai, tra balletti, cambi d’abito, sfilate nel parterre per raggiungere il palco più piccolo, posto appena sotto gli spalti del palazzetto, per stare ancor più vicina ai fan.

Da “AleAleAle” a “Comunque andare”, passando per “Tutte le volte”, “Avrò cura di tutto”, “Fidati ancora di me”, “Buongiorno”, “Sul ciglio senza far rumore”, “Forza e coraggio”, “Vivere a colori”, Alessandra Amoroso racconta il suo presente da regina del sabato sera senza perdere di vista il passato. E di fronte ai fan mostra tante sfaccettature quanto le foto in miniatura sulla copertina del suo ultimo album “Tutto accade”, che dà il titolo al tour: c’è la Amoroso che sorride, quella che urla, quella che si spettina, quella che si annoia, quella che ammicca all’obiettivo della fotocamera, quella che riflette, quella che fa le smorfie. Visual coloratissimi, fontane pirotecniche, coreografie che coinvolgono una ventina (almeno) di ballerini: lo show è una riproposizione in miniatura di quello che lo scorso luglio ha visto la cantante salentina esibirsi per la prima volta in carriera con un concerto tutto suo allo Stadio San Siro di Milano, diventando la seconda donna nella storia dopo Laura Pausini (per questo tour ha stretto una partnership con Spotify per l’iniziativa Equal, che sostiene la musica senza genere, impegnandosi a dare spazio in apertura dei suoi tredici concerti ad altrettante colleghe emergenti: a Roma venerdì c’era Margherita Vicario, ieri Svegliaginevra).

Del pop italiano nato e cresciuto in tv Alessandra Amoroso resta forse l’ultima Mohicana e lo rivendica sul palco del Palazzo dello Sport di Roma, dove ieri sera ha concluso una delle varie doppiette del tour che la terrà impegnata ancora qualche settimana prima della chiusura del 21 dicembre al Forum di Assago a Milano.

Sottolineando implicitamente, canzone dopo canzone, come l’elemento chiave del suo percorso fino ad oggi sia stato quello della coerenza. In fondo “Sorriso grande”, “Tutte le volte” e “Canzone inutile” sono una versione upgrade di “Vivere a colori”, “Comunque andare” e “La stessa”, che a loro volta erano un aggiornamento di quello che c’era stato prima. Anche quando il pop, ormai saturo e incapace di continuare a rappresentare i gusti degli under 20, entrava in quella crisi profonda dalla quale sarebbe uscito solamente venendo a patti con l’indie e l’urban, lei ha continuato ad andare dritta per la sua strada, cantando le canzoni che aveva sempre cantato, e scritte mica da quei tre fenomeni di cantautori elevati nel frattempo a nuovi messia della musica leggera tricolore, ma dai soliti autori di fiducia. Preservando una forma di integrità. La sua proposta può piacere o meno, ma il fatto che a quattordici anni dalla sua primissima esecuzione nel pomeridiano dell’ottava edizione di “Amici” – quella in corso è la ventiduesima edizione, pensate un po’ – canti ancora “Immobile” al centro di un palasport gremito è un dato che va registrato. E un punto a suo favore.