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Francesco Guccini: “Sono sempre stato dalla parte dei perdenti”

Francesco Guccini: “Sono sempre stato dalla parte dei perdenti”
Il cantautore racconta il nuovo album “Canzoni da intorto”, in uscita solo in formato fisico.

Di Claudio Cabona


Francesco Guccini torna a cantare. Lo fa aprendo lo scrigno dei ricordi e realizzando un’antologia di pezzi di cuore. La sua voce è vivida ed emozionante. A dieci anni di distanza dall’ultimo album in studio “L’ultima Thule”, “Canzoni da intorto” è il suo nuovo disco in uscita venerdì 18 novembre, domani, esclusivamente in formato fisico, non sarà sulle piattaforme.

“Lo streaming? Che cos’è lo streaming? Non so cosa sia”, dice Guccini con la sua sempre spiazzante spontaneità. Il motivo dietro questa scelta, come spiegato da Dino Stewart, managing director di Bmg, oltre che commerciale è anche artistico: la volontà è quella di non quantificare a livello numerico un disco che ha un valore più alto e profondo di una classifica o di un pugno di stream. Un progetto che il cantautore dice di aver sempre desiderato realizzare, composto da undici brani appartenenti alla cultura popolare, con arrangiamenti dal richiamo balcanico e folk. Brani che non si piegano al tempo. E non è un caso che abbia deciso di presentarli in un luogo in cui proprio l’orologio sembra essersi fermato: la Bocciofila Martesana di Milano.

Canzoni per gli amici e i parenti
“Quando ho iniziato a pensare a questa folle operazione tanti anni fa, volevo realizzare un disco di cover, ma il mio manager di allora, Renzo Fantini, non lo voleva fare. Ai tempi avrei scelto ‘Com’è profondo il mare’ di Lucio Dalla o ‘Luci a San Siro’ di Vecchioni – ricorda Guccini - a questo giro invece ho scelto le canzoni che ho cantato con gli amici, per i famigliari. Sono brani che nessuno quasi conosce, con dietro delle storie, per questo possono colpire e ‘intortare’. Nel disco ci sono tante lingue e dialetti, ma non li ho studiati, le canzoni le ho ho semplicemente cantate durante la mia vita e le ho fatte mie nel tempo. Non ho avuto voglia o necessità di scrivere un nuovo brano perché non ne sono più capace. I miei ultimi pezzi sono dentro ‘L’ultima Thule’”.

Il supervisore artistico musicale del disco è stato Fabio Ilacqua, insieme a Stefano Giungato. Tantissimi e vari, più di trenta, gli strumenti che accompagnano la voce del cantautore. Dalla storica ballata popolare “Morti di Reggio Emilia”, passando per le milanesi “El me gatt”, “Ma mì” e “Sei minuti all’alba”, fino al canto epico-lirico “Barun litrun”, all’amore di “Le nostre domande” e all’inglese in “Green sleeves”. E ancora: l’anarchica “Addio a Lugano”, la misteriosa “Nel fosco fin del secolo”, di cui non si conosce l’autore, e le poetiche “Tera e aqua” e “Quella cosa in Lombardia”.

L’origine del titolo
La voce “intorto” è di origine gergale e significa imbonire, circuire per convincere qualcuno/qualcuna a prestarsi a proprio vantaggio. “La locuzione ‘canzoni da intorto’ fu pronunciata da mia moglie Raffaella durante il famoso pranzo con i discografici e fu accolta con entusiasmo irrefrenabile come titolo definitivo di un disco che non mi trovava, allora, del tutto consenziente e pacificato – continua Guccini - si tratta, infatti, di un’illazione maliziosa anche se parzialmente affettuosa. Significherebbe che le canzoni da me spesso cantate in allegre serate con amici, servivano solo ad abbindolare innocenti fanciulle le quali, rese vittime dal fascino di quelle canzoni, si piegavano ai miei turpi voleri e desideri. Ammetto che un paio di canzoni qui presenti, forse, potrebbero essere state usate proprio per questo, ma solo per un paio di volte e non di più”.

Sempre dalla stessa parte
“Sono canzoni di lavoro, politiche, di protesta il cui carattere è definito, oltre che dall’interpretazione vocale, dalla giustapposizione di strumenti come le chitarre manouche e la ghironda, dai fiati alle fisarmoniche, dal suono degli oggetti di tutti i giorni utilizzati come percussioni, dal contrabbasso ai cori fino alle chitarre elettriche: la lista sarebbe lunghissima”, sottolinea Fabio Ilacqua, che ha curato gli arrangiamenti del progetto. Oltre che la cultura popolare, c’è un altro filo rosso a legarle. “Sono tutte canzoni di perdenti – accenna un sorriso – guardando la situazione politica di oggi, nessuno può dire il contrario. A scuola, quando studiavamo l’Iliade, c’era chi nella mia classe stava con i greci, io sono sempre stato dalla parte dei troiani. I perdenti, appunto. Nei miei pezzi si capisce da che parte sto. E perché non si dovrebbe capire? Non ho mai nascosto le mie idee. E nonostante mi abbiano spesso etichettato come ‘comunista’, non lo sono mai stato. Mi sento più anarchico, anche se nel 2022 definirsi così è abbastanza difficile se non impossibile”.