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Caetano Veloso, 80 anni di mirabile ottimismo tropicalista

Caetano Veloso, 80 anni di mirabile ottimismo tropicalista
Oggi è il compleanno del grande musicista brasiliano

Difficile, se non impossibile, pensare alla musica di Caetano Veloso prescindendo dalla storia del suo autore.

Il primo elemento del quale non si può non tenere conto è il suo paese d’origine, il Brasile. Il secondo è il periodo che ha visto Veloso – nome completo Caetano Emanuel Viana Telles Veloso – muovere i suoi primi, ma già maturi, passi nel mondo della musica, gli anni Sessanta, quelli della dittatura militare che terrà il Brasile sotto il suo giogo fino al 1985. Caetano stesso finirà in prigione e poi in esilio, insieme al compagno di musica Gilberto Gil. Oggi Veloso, nato il 7 agosto 1942, compie 80 anni, gli vogliamo fare gli auguri ripubblicando la recensione, scritta per noi da Michele Boroni, del suo ultimo album, "Meu coco", uscito nell'autunno del 2021. Feliz aniversário Caetano!.

Caetano Veloso ha 79 anni ed è sorprendente ancora oggi la limpidezza della sua voce, la profonda leggerezza dei temi, la freschezza degli arrangiamenti e il suo spirito provocatorio. L'ultimo suo disco da solista è di quasi nove anni fa con “Abracacao” , ma nel frattempo ha cointinuato a suonare dal vivo prima con l'amico Gilberto Gil, poi con i figli. “Meu Coco” è stato scritto in gran parte durante il lockdown nella sua casa di Rio De Janeiro e poi inciso in studio inizialmente solo con il fedele chitarrista Pedro Sà e il synth di Luca Nunes anche nel ruolo di tecnico del suono. Poi, in un secondo tempo, sono arrivati i lussuriosi arrangiamenti di fiati, di archi e percussioni che danno un tocco speciale a canzoni già ben strutturate e ottimamente scritte.

Le 12 tracce di “Meu Coco” alternano profezie, nomi – tantissimi nomi – amori carnali, letture del mondo e cronaca brasiliana. Come sempre Caetano Veloso è abilissimo a trovare brillanti intersezioni tra l'intimità umana e i cambiamenti sociali che accadono nel mondo e soprattutto nel suo paese. Non si può certo dimenticare quello straordinario fenomeno del Tropicalismo, di cui Veloso fu uno dei pilastri, che negli anni '60 affrontò la nascente dittatura militare con suoni gioiosi, immaginazione e grazia e che costò a lui e agli altri l'esilio in Europa.


La title track si ispira proprio al suo ritorno da Londra nel 1971 in Brasile su invito del genio della bossa nova Joao Gilberto per registrare un show tv insieme a Gal Costa e dove ricorda che Joao gli parlò del Brasile in tono poetico ed enigmatico “Siamo diversi, Caîtas. Siamo cinesi", frase che gli è rimasta nella testa (Meu Coco significa mia noce di cocco, ma anche capoccia/zucca) e che fa parte del ritornello "João Gilberto ha parlato / E nella mia noce di cocco è rimasto / Chi sei, chi sei e chi sono io?: / 'Siamo cinesi'."


Il tema del disco è quello di trovare nei miti nazionali e nella formazione indigena e ancestrale le ragioni del suo ottimismo in questa specie di Cina tropicale che è diventata il Brasile. “E' un disco basato sull'affermazione di ciò che può essere bello oggi in Brasile, in un momento dove regna la negazione” racconta Veloso “Anche se non c'è un tono ironico nel disco, la situazione stessa contiene un'ironia”. Il Brasile viene visto quindi oggi come un'opportunità in un mondo popolato da “leader clown” illuminando le utopie all'interno della distopia digitale (“Anjos Tronchos”).


La confusa incompetenza di Bolsonaro è il tema di “Não Vou Dexar” (Non lascerò) che ha smantellato l'idea del Brasile che si stava costruendo, ma la resistenza è in atto (“Non lo permetterò, non lo farò, non ti lascerò rovinare tutto / la nostra storia / è molto amore, è molta lotta, è molta gioia, è molto dolore / e molta gloria”).


Tuttavia “Meu Coco” si basa su un semplice e potente presupposto e cioè che l'arte può aiutare le persone a sentirsi responsabili del futuro proprio e della società “Scelgo anche programmaticamente una sorta di ottimismo, perché il cinismo, e persino il pessimismo, ti liberano soltanto dalle responsabilità” racconta ancora Veloso e questo lo avvicina all'altro bellissimo disco brasiliano di Marisa Monte (recentemente premiata con un Premio Tenco). Da qui si spiegano i tanti riferimenti al tropicalismo, alla bossanova di João Gilberto e al cinema novo di Glauber Rocha che si trovano nel disco, mescolati a storie personalissime, da amori profondi (“Noite de Cristal”) e omoerotici (“Cobre”, interpretata in passato dalla brava Céu), fino alle esperienze da nonno (“Autoacalanto”).


Anche i suoni e gli arrangiamenti rispecchiano la gioia di vivere e il rifiuto della disperazione che traspare dai testi delle canzoni. Le prime due canzoni possono in realtà confondere: la titletrack “Meu Coco” firmata insieme a Thiago Amud ha un'arrangiamento orchestrale allo stesso tempo raffinato e duro che merita ripetuti ascolti, e il singolo “Anjos Tronchos” sembra uscito dalle sessioni con il gruppo Cê, che alternava melodia e chitarre distorte. Ma il resto del disco ci presenta il miglior Veloso degli ultimi anni, mescolando l'avanguardia pop delle produzioni con Arto Lindsay e le orchestrazioni flamboyant di Jaques Morelembaum di “Livro”, sempre con una base percussiva di Marcelo Costa che non lo abbandona mai.


La già citata “Nao Vou Deixar” con quel Rhodes in primo piano sembra quasi un Frank Ocean tropicalista, e poi ci sono i giochi di voce in “Autocalanto” dove ricrea il canto del nipote prima di addormentarsi, il gioco di “Sem Samba Não Dá”, l'intenso fado “Você-Você” con la cantante portoghese Carminho. E infine quell'incrocio meraviglioso di archi e ritmo bahiana di “Noite de Cristal” che chiude un disco di rara bellezza.