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Elvis e il senso delle canzoni per il cinema secondo Baz Luhrmann

Elvis e il senso delle canzoni per il cinema secondo Baz Luhrmann
La colonna sonora del film, ad immagine del regista: lunghissima, eccessiva e piena di idee
Recensione del 27 giu 2022 a cura di Gianni Sibilla


VOTO 7/10
La recensione

Nel 1996 il film di un quasi sconosciuto regista si fece notare per due cose: la riscrittura ("postmoderna", come si diceva al tempo) di un classico di Shakespeare, trasformato in un gangster movie; una colonna sonora notevole. Sui titoli di coda, dopo la tragica fine di Romeo + Giulietta, i Radiohead cantavano "Wake from your sleep/The drying of your tears/Today, we escape, we escape", in un perfetto momento di unione tra immagini e canzone, il climax di una tensione costruita anche con le canzoni

26 anni dopo, Baz Luhrmamn è un gigante: ha fatto altri kolossal, con colonne sonore altrettanto importanti - su tutte "Moulin rouge", con la trasformazione della Parigi di inizio '900 in un karaoke stile MTV.
Oggi arriva "Elvis", ma in un contesto radicalmente diverso, in cui le canzoni per il cinema sono importanti, ma quelle per le serie TV molto di più. Lo sa lo stesso Luhrmann, che pure ha sperimantato con il formato in "The get down", serie per Netflix sulle origini dell'hip-hop: non è andata benissimo, è stato un mezzo flop cancellato alla prima stagione. Il recente caso di "Stranger things" e Kate Bush è solo la punta dell'iceberg di un fenomeno consolidato da anni: la sinergia tra industria musicale e audiovisiva, per il lancio e la (ri)scoperta di artisti, passa soprattutto da lì più che dal grande schermo.
Qual è il senso di una colonna sonora come questa, oggi, allora?

Elvis reimmaginato
Non è un bio-pic, ma un "American tale", nella visione di Luhrmanm: chi già si lamentava di come "Bohemian Rhapsody" si era allontanata dalla storia, qua deve mettersi il cuore in pace. E lo stesso vale per questa colonna sonora-kolossal come il film: non aspettatevi un album filologico, né una raccolta di cover. Questo è Presley riletto da Baz Luhrmann, anche nella musica

Un esempio su tutti: nella versione "Expanded", il regosta racconta come il colonnello Parker - ossessionato dal controllo su Elvis - gli abbia sostanzialmente impedito di fare duetti. Quindi, perché non farne uno ora? Così ecco Jack White che canta con il Re su "Power of my love".
Non un'operazione nuovissima, visto che i duetti con i cari scomparsi sono sdoganati da decenni, come non è nuova l'idea dei remix, qua presenti in abbondanza. 20 anni fa Elvis tornò in classifica grazie a "A little less conversation" remixata da Junkie XL e poi inclusa in "Elvis 1", la compilation pubblicata a seguito del successo di "Beatles 1" (e ripubblicata in questi giorni, non a caso). Notevoli, in questa categoria, il remix dancefloor di Stuart Price di una rara incisione, "I got a Feelin' in my body" o "Edge of reality" con i Tame Impala che è una via di mezzo tra un remix e un duetto virtuale, così come i brani di Doja Cat ("Vegas") ed Eminem ("The king and I") sono hip-hop costruiti su sample e brani di Elvis.

Un discorso a parte meritano le cover pure e semplici: la migliore è la versione iperminimale di "Can't help falling in love" fatta da Kacey Musgraves, voce e piano. Ma anche i nostri Maneskin non sfiguarano affatto con la loro versione di "If I Can dream", che parte voce e chitarra elettrica, poi si apre. Bella anche la collaborazione tra Stevie Nicks e Chris Isaak su "Cotton candy land", che copre la quota "classic rock". Meno interessanti le versioni di canzoni di Elvis di Austin Butler, l'attore del film: una buona voce, ma queste performance vanno viste, non ascoltate. Se no tanto vale ascoltare le canzoni originali di Elvis (ne sono pure presenti alcune con il mix usato nel film)

Musica al cinema, cinema per la musica
L'obbiettivo di questa colonna sonora, quindi? Oltre a mostrarci la visione di Luhrmann, rendere la grandezza di Elvis, avvicinarlo ad un pubblico più ampio possibile spostando la sua musica su più generi, e possibilmente rendere questa colonna sonora un album a sé stante. Obbiettivo centrato?

Il risultato è come ogni cosa fatta da Baz Luhrmann: lunghissima (36 brani per quasi due ore), eccessiva e piena di idee anche spiazzanti. Il rischio è che il protagonista non sia Elvis, ma Luhrmann stesso, ma va bene così.
Elvis è uno di quei film che può riportare gli appassionati di musica al cinema, e ricordare agli appassionati di cinema l'importanza della musica: la colonna sonora fa la sua parte, con un album piacevole anche a prescindere del film.